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Il volto politico di Franca Rame

La sua esperienza da sentarice, la delusione, l'avvertimento ai grillini, di cui aveva anticipato tutte le battaglie

Dario Fo e Franca Rame, nell'aula magna del rettorato dell'università di Roma La Sapienza. ANSA/ GUIDO MONTANI

Aveva strigliato pure i grillini, ma era un rabbuffo per spiegargli che non serviva la diaria per la buona politica e che Roma, la buvette, gli scontrini, sono soltanto un ottimo pretesto per perpetuare una politica scialba, altro che antipolitica.

Proto grillina era Franca Rame, senatrice dell’Idv per volere di Antonio Di Pietro che la candidò in ben 5 regioni strappando un seggio in Piemonte (che sia stata lei la scusa per aver scelto Scillipoti?) dal 2006 fino al 2008, quando la Rame preferì lasciare il Senato.

Accettò di fare la senatrice più per testimonianza, alla stregua del marito Dario Fo che nello stesso periodo si candidava alle primarie per Milano, toglieva al Nobel la letteratura per rivestirlo di impegno civile, del resto la ragione che li ha spinti a fare teatro in coppia.

A Beatrice Borromeo che la intervistava sul Fatto, orgogliosa diceva che nelle sue note spese al Senato ci fosse anche quella colla costata 5,50 euro.

Nei fatti si era inventata la rendicontazione prima di Casaleggio e della Lombardi, capogruppo del M5S alla Camera, perché “sono soldi dello Stato”. Aveva perfino speso parte della sua indennità per regalare a Milano e al suo Tribunale venti pc e aveva consigliato ai deputati del Cinque Stelle di fare vita di comunità, un monachesimo allegro che ricalca quello delle Compagnie dell’Arte. Si erano ridotti a consigli di una buona zia e così ancora “bastano 5 euro per mangiare alla buvette”, oppure “non vi accorgete che la polemica sugli scontrini vi sta strumentalizzando?”. Non si sa se adesso che se ne va e che si celebra il requiem prematuro di Grillo alle amministrative, i giovani ascolteranno i miti consigli della Rame senatrice.

E però già nel mandato della Rame c’è l’epilogo delle buone intenzioni, la resa di fronte alla politica e un po’ di fronte alle proprie ubbie e propositi. “Dal senato? Alla fine ho ottenuto poco. E’ il frigorifero dei sentimenti. Difficile avere un saluto o un sorriso”.

Quando se ne andò, disse di essersi sentita “prestata” alla politica”, salvo poi aggiungere che “debbo constatare con amarezza che le istituzioni mi sono sembrate impermeabili e refrattarie a ogni sguardo, proposta e sollecitazione”. Fece in anticipo la battaglia contro la casta delle Regioni, contro lo sfruttamento dei collaboratori parlamentari rigorosamente pagati in nero fino a poco tempo fa, contro l’assenteismo e i pianisti, per la trasparenza e lo streaming di cui vanno matti dalle parti di Genova e Sant’Ilario.

Le chiamò “10 leggi per cambiare l’Italia”, in realtà furono le leggi a cambiare la sua salute, quando confessò quasi di “essersi ammalata” a causa della politica. “Mi spiacerebbe trovarmi davanti a un grillo tramutato in bacherozzo” e non ci poteva essere frase più puntuta del vaffanculo, dell’apocalissi, dell’Italia A e dell’Italia B. Forse era la Rame la giornalista più insidiosa della Gabbanelli e della stampa di parte…

 

Twitter: @carusocarmelo

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