Mancava solo l'infiltrazione dell'Isis nelle favelas brasiliane, già tradizionale terra di nessuno dove a dettare legge sono da anni milizie e gang di narcos. E così non sorprendono gli arresti fatti dalla polizia lo scorso 21 luglio nelle zone più degradate di San Paolo e Rio. Dieci i sospetti finiti in carcere, tutti potenziali kamikaze olimpici.

Favelas come banlieue francesi insomma, al punto che c'è chi ha già coniato il termine BrasIslam visto il gran numero dei convertiti ad Allah e l'apparizione dell'Isis a queste latitudini. Il Morro da Mangueira non fa eccezione anche se è solo una delle 600 favelas che "hanno invaso come metastasi il corpo agonizzante di Rio". Piange Lorena mentre ci mostra la foto del marito. Entrambi erano di stanza nella locale unità della "polizia pacificatrice" sino a quando i narcos non le hanno lasciato di fronte alla porta di casa la testa del compagno, avvolta in una borsa di plastica.

A una settimana dai Giochi sono già 60 i poliziotti uccisi in favela ma la carneficina non si limita alle forze dell'ordine visto che ogni giorno a Rio i morti ammazzati sono 15 e i desaparecidos decine. Numeri che gelano il sangue anche se analizziamo tutto il Brasile, dove lo scorso anno gli omicidi sono stati 60 mila, la polizia ha ucciso una media di sei persone al giorno e la violenza è triplicata. Solo la Siria oggi fa peggio, mentre negli ultimi tre anni con 172mila omicidi il Brasile da solo ha superato tutti i morti ammazzati di 12 paesi come Iraq, Sudan, Afghanistan, Colombia, Congo, Sri Lanka, India, Somalia, Nepal, Kashmir, Pakistan ed Israele, dove i conflitti sono "di casa", senza contare che tra le 50 città più violente al mondo 21 sono verde-oro.

A Rio si muore per i proiettili vaganti come successo a Maria, tre anni, freddata mentre giocava in strada la scorsa primavera o come a Joao, uno dei tanti olheiros, come chiamano qui le vedette del narcotraffico. Un tempo erano armati di aquiloni, oggi di P38, anche se non hanno neanche dieci anni. È la droga ad avere fatto delle favelas di Rio un inferno, con oltre 4 milioni di esseri umani costretti a viverci dentro senza fognature, in ostaggio di uno stato assente o, peggio, complice delle gang che si contendono l'enorme mercato della droga. Oggi sono i narcos a gestire la vita in favela, a garantire "pane e circo", compresi ballate funk e postriboli clandestini dove la tratta è di casa, la polvere bianca scorre a fiumi e ogni giorno migliaia di under 18 vengono trasformati in zombie dal crack. "Molti s'ammalano di sifilide, tubercolosi, Aids, tifo e lebbra" spiega padre Gianpietro Carrara, un sacerdote in odore di santità per l'opera missionaria che svolge in quest'inferno. "Tutte malattie che colpiscono chi per un pezzo di crack è disposto anche a uccidere la madre". Questa è la Rio che i 300 mila turisti attesi ai Giochi non vedranno, una città dove negli ultimi mesi sono spariti tutti i "meninos de rua" da Copacabana anche se, ci consigliano,"è meglio non chiedersi che fine abbiano fatto"

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