Aleppo
Esteri

Vivere ad Aleppo con l'Isis alle porte

Padre Ibrahim dell'ordine Custodia di Terra Santa: l'embargo della Siria porta i prezzi dei beni alimentari alle stelle. Un litro di latte costa 6 dollari

“Ad Aleppo l’ISIS potrebbe entrare domani”. Non esagera Fra' Ibrahim Alsabagh, francescano, quando parla dalla sua città siriana devastata dal conflitto. “La gente sa che potrebbe essere una questione di giorni, forse di ore”. Da Aleppo il grido del parroco si scaglia anche indirettamente contro l’indifferenza di un Occidente tiepido, impotente davanti a un Medio oriente in fiamme. Il francescano siriano continua a rimanere lì tra i suoi, senza acqua, elettricità, con la connessione che salta continuamente. Assieme a lui altri 13 frati dell'ordine Custodia di Terra Santa (leggi qui come operano) sparsi in tutta la Siria. A fronteggiare la paura della morte tra Damasco, Aleppo, e in tanti villaggi nella valle dell’Oronte al confine con la Turchia. Ma soprattutto a "soccorrere – come ricorda il Custode di Terra Santa, Fra' Pierbattista Pizzaballa - chi ha perso tutto: persino la speranza".

 

Il costo della vita è altissimo e in forte crescita per via dell’embargo imposto alla Siria che vieta ogni tipo di scambio commerciale con l’estero, come ad esempio la vendita di cibo e medicine. A questo si aggiunge il cambio ufficiale con il dollaro imposto dal governo, che sta mettendo in ginocchio la popolazione. "Il gasolio - racconta Padre Simon Herro, resposanbile della Custodia per Regione di San Paolo (che comprende Libano e Siria) - costava 80 lire siriane al litro, oggi viene 128 e comunque si fa molta fatica a trovarlo”. A volte il costo arriva a 250 e bisogna aspettare in fila quasi 10 ore per avere al massimo una ventina di litri. Un litro di latte costa 1300 lire (più di 6 dollari) ed è anch’esso è introvabile. Una scatola di tonno 200. Un litro di olio è salito da 825 a 1000 lire, e in alcuni posti arriva a 1300. "Avere una vita normale è impensabile oggi in Siria, e in modo speciale ad Aleppo, che è la città più devastata, quella che ha più bisogno", racconta padre Simon.

Cristiani e musulmani si rivolgono ai frati ogni giorno per trovare un po’ di tregua, un luogo dove stare alcune ore e dove rifornirsi di un po’ di acqua grazie ai pozzi costruiti prima dell’inizio del conflitto. Che fine ha fatto l’opposizione moderata al regime?, si chiedono ormai in tanti che avevano visto nella primavera araba di Damasco un piccolo segno di speranza. "Se c’è non si vede", dice Pizzaballa, tornato recentemente dalla Siria. "Le uniche due forze presenti contro il governo sono Al Qaeda e l’Isis, che a quanto pare hanno ricominciato a parlarsi. Gli altri non esistono più. In Siria è sempre stato difficile capire "chi fa cosa", ma che le opposizioni si stiano organizzando e coordinando è innegabile e se non ci saranno interventi dall’esterno sostanziali il pantano in cui si è messa la Siria durerà ancora a lungo".

E tuttavia, ricorda il Custode, c’è ancora spazio per sperare. "Tanti piccoli segni ci dicono che sperare è possibile e aggiungerei doveroso. I poveri si aiutano tra loro, in particolare chi ha perso la casa. C’è chi ha ricavato uno spazio in casa sua per accogliere gli sfollati. Ho assistito a un funerale di una madre morta con le due figlie: c’erano tante donne musulmane con il velo che partecipavano alla messa per piangere assieme ai vicini cristiani. È un grande segno di solidarietà. Non è vero che tutte le relazioni si sono spezzate, come vorrebbero farci credere. Sono piccole cose, lo so. Ma restano segni importanti, in questo mare di odio”.

E a tutti noi che viviamo in questo Occidente addormentato "chiedo di non dimenticare i nostri fratelli che continuano a morire in Medio Oriente. E poi chiedo di aiutare economicamente le realtà che sono ben radicate nel paese e che nonostante questa guerra atroce continuano a lavorare per costruire. È importante e necessario non arrendersi, continuare a credere che sia possibile fare qualcosa, che non si sia alla fine della nostra storia, ma che sia invece possibile conservare quel patrimonio unico che il Medio Oriente ha preservato fino ad oggi”.

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