Il Venezuela è nel caos e la spirale della violenza in cui è precipitato il Paese sembra inarrestabile. Nonostante la dura reazione del governo di Nicolás Maduro, non accenna a fermarsi l’ondata di proteste promosse dall'opposizione, iniziata il 4 aprile, a cui hanno preso parte centinaia di migliaia di cittadini, a Caracas e in diverse altre città del Paese.

Una nuova marcia convocata per il 26 aprile ha cercato di raggiungere la sede dell'ufficio dell'Ombudsman, nella zona ovest di Caracas, ma si è vista impedire il passaggio - per la  sesta volta consecutiva - da unità antisommossa della polizia e della Guardia nazionale bolivariana.

Ad oggi almeno 28 persone sono morte negli scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine. Diverse centinaia sono rimaste ferite e oltre un migliaio sono state vittime di arresti irregolari.


Il Venezuela annuncia l'uscita dall'Osa

La ministro degli Esteri venezuelana, Delcy Rodriguez, ha dichiarato di avere ricevuto istruzioni dal presidente Nicolás Maduro di avviare la procedura per il ritiro di Caracas dall’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) - ritenuta longa manus di Washington - dopo la conferma della convocazione di un vertice straordinario di ministri degli Esteri dei Paesi membri per discutere della crisi in Venezuela. 

A convocare il vertice è stato il Consiglio permanente dell'organismo regionale, riunitosi a Washington. L'iniziativa è stata approvata con 19 voti a favore, 10 contrari, una astensione e un assente. 

"L'Osa ha insistito con le sue azioni intrusive contro la sovranità della nostra patria e dunque procederemo a ritirarci da questa organizzazione", ha detto Rodriguez, aggiungendo che "la nostra dottrina storica è segnata dalla diplomazia bolivariana della pace, e questo non c'entra niente con l'Osa."

Con un ultimo tentativo per cercare di rompere il suo isolamento internazionale, il governo di Caracas ha convocato un vertice straordinario di ministri degli Esteri della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac), che si svolgerà il prossimo 2 maggio a San Salvador. Fanno parte della Celac - creata nel 2010 - tutti i Paesi del continente americano e dei Caraibi, tranne Stati Uniti e Canada.

Possibile mediazione del Vaticano

Nelle capitali latinoamericane la diplomazia sta lavorando a un'ipotesi di uscita dall'impasse venezuelana che potrebbe vedere papa Francesco al centro dell'iniziativa. Lo ha riferito il 25 aprile la ministro degli Esteri dell’Argentina, Susana Malcorra, che in un lungo incontro con il Pontefice ha raccolto la sua disponibilità "a dare qualche forma di appoggio" al dialogo fra opposizione e governo.

Il Vaticano potrebbe essere protagonista di un nuovo sforzo internazionale di mediazione, a condizione però che il governo di Caracas accetti le quattro condizioni fissate a dicembre in una lettera spedita a Maduro dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, accolta con sdegno dal governo e rimasta senza risposta. Le richieste vaticane riguardano l’autorizzazione all'invio di assistenza umanitaria; un calendario elettorale chiaramente stabilito; la restituzione delle prerogative al Parlamento e la liberazione dei prigionieri politici.

 

Cosa chiedono i manifestanti

I manifestanti antigovernativi chiedono le dimissioni del presidente Nicolás Maduro, il cui mandato scadrà nel 2019, ed elezioni anticipate, la restituzione dei poteri al Parlamento, la liberazione dei prigionieri politici - tra cui il leader dell'opposizione Leopoldo López, in carcere dal 2014 - e corridoi umanitari per cibo e medicine. L'opposizione, guidata dalle forze del centro-destra, accusa il presidente golpista per la grave crisi economica in atto.

A Caracas i manifestanti hanno cercato a più riprese - ogni volta bloccati dalle unità antisommossa della Guardia nazionale bolivariana - di raggiungere la sede dell'Ombudsman, il Difensore del Popolo Tarek William Saab, per chiedere di sollevare dall'incarico "i magistrati della Corte Suprema che hanno violato la Costituzione".

L'Assemblea Nazionale - in mano all'opposizione - esige all'Ombudsman che riconosca in un parere ufficiale che la sentenza (poi ritirata) con la quale la Corte Suprema si è attribuita i poteri del Parlamento costituisce una violazione della Costituzione, e dunque un motivo lecito per destituire i magistrati che l'hanno sottoscritta. Tarek William Saab, da parte sua, ha risposto che la richiesta del Parlamento non è ricevibile, perché le sentenze sono state ritirate.

Le tappe della rivolta

La mobilitazione, iniziata il 4 aprile, ha assunto dimensioni di massa dal 19 aprile, con la manifestazione chiamata Madre di tutte le marce. Anche i sostenitori dello chavismo sono scesi in piazza a Caracas lo stesso giorno, convocati a manifestare a favore del governo, nel giorno di festa che commemorava i 207 anni dall'evento popolare che segnò il primo passo per l'indipendenza del Venezuela dalla Spagna.

Sabato 22 aprile si è svolta una "marcia del silenzio" in omaggio alle vittime della repressione, convocata per voce del primo vicepresidente del Parlamento di Caracas, Freddy Guevara, che ha chiesto agli oppositori di "sfilare in silenzio e vestiti di bianco verso le sedi della conferenza episcopale a Caracas e in tutto il Paese", per onorare le persone uccise durante le manifestazioni dei giorni precedenti.

Lunedì 24 aprile c’è stato un blocco delle autostrade, che ha cercato di fermare il traffico per l'intera giornata su tutte le principali arterie del Paese.

Le vittime delle repressione

Secondo la Procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Diaz, dall'inizio dell'ondata di proteste al 25 aprile nel Paese sono morte 26 persone. La donna ha denunciato anche molti casi di arresti irregolari, invitando le forze dell'ordine al rispetto delle procedure e a limitare il ricorso alla custodia cautelare. Secondo quando riferito dalla ONG Foro Penal, tra il 4 e il 22 aprile sono state arrestate un totale di un 1365 persone. Il 26 aprile il lugubre bilancio delle vittime è salito a 28 morti

- 19 aprile
Carlos José M., 17 anni, studente di economia, ferito mortalmente alla testa da un colpo di pistola mentre manifestava nella piazza Stella di San Bernardino, a Caracas; Paola Andreina Ramirez Gomez, 23 anni, raggiunta da un proiettile a San Cristobal, capitale dello Stato di Tachira, sparato da militanti chavisti armati dei cosiddetti "Colectivos"; e
un militare, membro della Guarda Nazionale.

- 20 aprile
Melvin Guaitan è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco durante una protesta all'ingresso del Barrio 5 de julio, un quartiere popolare del nord di Caracas.

- 21 aprile
Almeno 12 persone sono morte nella notte in una serie di scontri e saccheggi in diversi punti di Caracas. Undici persone hanno perso la vita in una zona commerciale di El Valle, nel sud della capitale: otto sono morte fulminate - riportano i media locali - mentre cercavano di saccheggiare un forno, le altre tre sono state uccise da colpi di arma da fuoco. Gli chavisti hanno accusato i dirigenti dell'opposizione di aver provocato la violenza e i saccheggi. Una versione smentita dalla procuratrice generale del Venezuela, Luisa Ortega Diaz, secondo cui i responsabili sarebbero stati dei "delinquenti della zona".

Un 19enne è stato ucciso a Moran, nello Stato di Lara (centro-ovest del Paese) durante scontri violenti e saccheggi. Lo ha reso noto su Twitter il sindaco, Teodulo Medina, che ha accusato i "terroristi dell'opposizione" di essere responsabili della sua morte.

- 24 aprile
Negli scontri avvenuti a Merida sono morte 5 persone. Nella capitale dell'omonimo stato nell'ovest del Paese - secondo il sindaco Carlos Garcia - gruppi armati chavisti, i cosiddetti "Colectivos", hanno attaccato un raduno dell'opposizione e un palazzo da cui venivano scanditi slogan contro il presidente. Tra i morti, il giovane Jesus Sulbaran e Luis Enriqe Martinez, un altro ragazzo che secondo il quotidiano El Nacional lavorava all'Universida de los Andes ed era dirigente del sindacato pro governativo Soula.

- 26 aprile
Due nuove vittime delle violenze: Juan Pablo Pernalete, un ventenne colpito in volto da un lacrimogeno a Caracas, e Christian Ochoa, un 22enne ferito da spari di arma da fuoco lunedì 24 aprile a Valencia, capitale dello stato di Carabobo (centro nord del Paese).

Le reazioni internazionali

Il costante deteriorarsi della situazione in Venezuela è stato commentato dal presidente colombiano e Premio Nobel per la Pace, Juan Manuel Santos, che in un tweet ha usato parole lapidarie: "Sei anni fa lo dissi a Chavez: la rivoluzione bolivariana è fallita".

Gli Stati Uniti sono intervenuti per voce del segretario di Stato USA, Rex Tillerson: "Siamo preoccupati perché il governo di Maduro sta violando la sua stessa Costituzione e sta permettendo che le voci dell'opposizione siano soffocate". Il capo della diplomazia americana ha osservato che il governo venezuelano sta anche "impedendo il diritto all'organizzazione, che i cittadini possano esprimere il loro punto di vista".

Alle parole di Tillerson è seguita una dura reazione della ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, che ha denunciato il suo "interventismo sistematico". "Il mondo e il Venezuela - ha replicato - sono profondamente preoccupati per le bombe lanciate dagli Usa su Siria e Afghanistan". Il presidente Maduro ripete che la forte crisi economica in atto nel Paese sudamericano, ricco di petrolio ma sofferente per a mancanza di cibo, di medicine e di altri beni di prima necessità, è dovuta a una cospirazione guidata dagli Usa

Le accuse di Maduro contro gli Usa

Alle parole di Tillerson è seguita una dura reazione della ministro degli Esteri venezuelano, Delcy Rodriguez, che ha denunciato il suo "interventismo sistematico". "Il mondo e il Venezuela - ha replicato - sono profondamente preoccupati per le bombe lanciate dagli Usa su Siria e Afghanistan". Il presidente Maduro ripete che la forte crisi economica in atto nel Paese sudamericano, ricco di petrolio ma sofferente per a mancanza di cibo, di medicine e di altri beni di prima necessità, è dovuta a una cospirazione guidata dagli Usa

Ancora in un intervento in tv nella notte del 18 aprile, infatti, Maduro ha sostenuto che sono stati "gli Usa, il dipartimento di Stato a dare il semaforo verde, l'approvazione al colpo di Stato per intervenire in Venezuela". L'accusa è stata liquidata come "infondata" dal rappresentante ad interim americano nell'Organizzazione degli Stati americani, Kevin Sullivan.

(Pubblicato il 20 aprile 2017. Ultimo aggiornamento del 27 aprile, ore 9:30)

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