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Esteri

Turchia: vietato scherzare sulla religione

La vicenda del pianista Fazil Say è l'ennesimo episodio che mette in dubbio l'intenzione del governo turco di difendere la libertà d'espressione

Epa/Urs Flueeler

Il pianista turco di fama mondiale Fazil Say rischia diciotto mesi di reclusione per "aver pubblicamente insultato i valori religiosi di una parte della popolazione".  Tutta colpa di alcuni messaggi irriverenti che l’artista ha postato su Twitter. In uno di questi, Fazil Say ironizzava sull’idea che nel paradiso islamico scorrano fiumi di vino e si chiedeva: “Il raki (popolare bevanda alcolica all’anice) c’è all’inferno ma non in paradiso, mentre il  Chivas Regal (un tipo di whisky) si trova in paradiso ma non all’inferno?”. In un altro tweet l’artista se la prendeva con un Imam, colpevole di avere recitato la chiamata alla preghiera in pochi secondi e scriveva “come mai tutta questa fretta? (lo aspetta) un’amante o il Raki?”.

È probabile che Fazil Say fosse consapevole che i suoi messaggi avrebbero offeso il sentimento religioso di molti turchi, ma che abbia comunque voluto aprire un dibattito sul ruolo della religione nella democrazia turca e sulla crescente influenza dei gruppi religiosi nel sistema giudiziario. Fino a pochi anni fa la Corte Costituzionale aveva difeso le leggi più controverse, come il divieto di indossare il velo nelle università, ma oggi i laici temono che la giustizia sia sempre più vicina al governo di Erdoğan. Qualcuno indica il 2010 come la data del cambiamento, anno in cui è entrata in vigore la nuova legge che permette al governo di nominare alcuni membri della Corte Costituzionale.

Molti atei turchi leggono questo processo come un attacco alla libertà di espressione e temono di perdere la possibilità di esporre le loro idee in modo libero. L’ateismo è, infatti, abbastanza diffuso e accettato in Turchia, in particolare nelle grandi città dell’Ovest del Paese e tra le persone più scolarizzate.

Nonostante le statistiche ufficiali dicano che il 99,8% dei turchi è musulmano, in realtà il numero di atei è più alto. Secondo alcuni, sarebbero il 3-5% della popolazione, secondo altri la percentuale dei non credenti è vicina al 2%. Il motivo di questa differenza nelle stime è che lo Stato impone a ogni turco di indicare la sua appartenenza religiosa sulla carta d’identità e considera “musulmani” quasi tutti coloro che fanno parte dell’etnia turca o curda. Inoltre molti atei e agnostici non rivelano le loro idee in materia di religione. Questo è dovuto a diversi fattori, tra i quali la pressione sociale, il timore di disonorare la propria famiglia, la tradizione e, soprattutto, la convinzione che la religione sia un fatto privato.

Esistono poi episodi di intolleranza nei confronti degli atei. Il più celebre è il “massacro di Sivas” del 1993, quando un gruppo di islamisti e semplici cittadini bruciarono un albergo in cui si teneva una conferenza che aveva tra gli ospiti Azin Nesin, il traduttore dei “versetti satanici” di Salman Rushdie. Azin Nesin, notoriamente ateo,  aveva dichiarato poco prima della conferenza: “Non credo alle parole di Allah, dovrei perdere la mia intelligenza per credere a queste cose”.  Un altro episodio famoso è l’assassinio di Turan Dursun, ex Muftì e studioso dell’Islam, ucciso nel 1990 a causa della sua decisione di diventare ateo.

Tuttavia, l’impressione è che la vicenda di Fazil Say non sia da inquadrare tanto nello scontro tra atei e musulmani, quanto nella lotta politica tra governo e opposizione. Esistono migliaia di turchi che discutono ogni giorno su internet di religione e di ateismo, spesso in modo irriverente, senza temere alcuna persecuzione politica.

La Turchia è un paese tollerante che ha saputo privilegiare una lettura aperta dell’Islam e una religiosità che si concentra sui valori etici, piuttosto che sull’interpretazione politica del libro sacro ai musulmani. Inoltre il reato contestato a Fazil Say non è estraneo ai codici di molti altri Paesi europei (in Italia la bestemmia è un illecito punibile con sanzione amministrativa), ma viene raramente contestato per i contenuti prodotti su internet.

La chiave per capire questo processo potrebbe perciò essere l’attivismo del pianista turco, considerato vicino all’opposizione laica e kemalista. Il caso di Fazil Say non è che l’ultimo episodio di una serie di processi dal forte significato politico, che fanno dubitare delle reali intenzioni del governo turco di difendere la libertà d’espressione.

Le prigioni turche ospitano più di cento giornalisti e intellettuali, un numero superiore a Cina ed Iran, e ogni anno la Turchia arretra nelle classifiche internazionali sulla libertà di stampa. Il processo di Fazil Say inizierà il prossimo ottobre e si dovrà aspettare qualche mese per sapere se questo numero aumenterà ancora.

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