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Esteri

Turchia, il pugno di ferro di Erdogan su chi difende i diritti umani

Detenzione in attesa di processo per la direttrice di Amnesty Turchia e di altri cinque attivisti. Nel dopo golpe "chi si oppone è complice del terrorismo"

Restano in carcere in attesa di processo in Turchia i sei attivisti per i diritti umani fermati il 5 luglio. Lo ha ordinato un tribunale di Istanbul martedì mattina. L’accusa è di "aver commesso crimini per conto di un’organizzazione terroristica pur senza esserne parte".


Fra le persone che restano in carcere c’è anche la direttrice di Amnesty International Turchia, Idil Eser.

Altre quattro persone sono state rilasciate. I dieci erano stai fermati durante un workshop sull’isola Buyukada nel Mar di Marmara a sud di Istanbul dedicato alla sicurezza digitale.


Il segretario generale di Amnesty, Salil Shetty, ha sottolineato come la decisione del tribunale di procedere contro gli attivisti dimostri che la verità e la giustizia siano diventati perfette sconosciute in Turchia. "Siamo di fronte non a un legittimo procedimento giudiziario bensì a una persecuzione politica che getta un’ombra minacciosa sul futuro dei diritti nel paese".

Fra gli attivisti detenuti in attesa di un processo ci sono anche due stranieri, un tedesco e uno svedese che si trovavano sul luogo degli arresti in qualità di docenti al workshop.

Amnesty spiega che secondo le autorità giudiziarie turche, Idil Eser "avrebbe legami con tre organizzazioni terroristiche diverse e antagoniste tra loro. La richiesta della procura di rimandarla in detenzione preventiva fa riferimento a due campagne di Amnesty International, non promosse dalla sezione turca dell’associazione e una delle quali svolta prima che Idil Eser entrasse a far parte di Amnesty International Turchia".

L’azione poliziesca e giudiziaria contro gli attivisti dei diritti umani, si inquadra nella colossale opera di repressione avviata dal presidente Erdoğan dopo il fallito golpe del luglio 2016, attribuito all’organizzazione di Fethullah Gülen.

Da allora ogni forma di opposizione viene accusata di essere parte del grande complotto di Gülen. Sono oltre 50mila gli arresti mentre oltre 100mila persone impiegate nell’aministrazione pubblica - scuole, polizia, burocrazia - sono state licenziate per presunti legami con i gulenisti.

In giugno era stato arrestato anche il presidente di Amnesty Turchia, Taner Kiliç, sempre con l’accusa di legami con Gülen.

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