Dagli accordi di libero commercio come il TTIP  e il NAFTA alla nuova guerra fredda combattuta a colpi di hacker e di battaglie sul campo nel Donbass. Dalla pacificazione del Medioriente alla necessità di farsi pronti di fronte al lento ed inesorabile declino dell'epoca degli idrocarburi, fino alla lotta ai cambiamenti climatici che potrebbero provocare, nei prossimi decenni, epocali migrazioni umane verso le zone temperate del pianeta.

Sono molte le sfide che attendono il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

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Sfide strategiche e tattiche, politiche ed economiche, di lungo e di breve periodo: ridefinire una leadership globale - in un'epoca in cui scricchiolano i vecchi schemi interpretativi e persino l'Alleanza atlantica è chiamata a ridefinire obiettivi e funzioni - è diventato, per una Nazione leader come gli Usa, un impegno improcrastinabile che non può dirsi mai concluso, mentre sulla scena si affacciano nuovi grandi player globali come la Cina che potrebbero mettere in discussione il primato tecnologico e militare degli Stati Uniti e che oggi possiedono la fetta più grande del debito pubblico americano.

Ecco dunque nell'immediato, e per i prossimi cinque anni, le 7 sfide internazionali per il nuovo presidente statunitense.

1) SPEGNERE LA NUOVA GUERRA GUERRA FREDDA
Gli addetti ai lavori hanno spesso considerato la guerra e lo stallo in Ucraina, lungo il confine tra Europa e la Russia, come uno dei più gravi errori della politica estera dell'amministrazione Obama.

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Spegnere quel focolaio di tensione, in un Paese da cui dipende l'approvigionamento energetico del vecchio continente, è uno dei compiti che attendono il nuovo presidente americano. Le idee di Hillary Clinton erano note. La sua antipatia (ricambiata) verso Vladimir Putin è stata spesso oggetto di furibondi attacchi da parte di Donald Trump. Su questo piano, a dar retta alle parole pronunciate durante la campagna elettorale, potrebbe cambiare tutto, a cominciare dal ritiro dei soldati Nato dal confine tra Russia e Europa, con effetti imprevedibili e pericolosi per tutta l'area esteuropea (dai Paesi baltici alla Polonia) che temono l'espansionismo russo: Trump, si sa, è un estimatore di Putin. Non è detto che la distensione con Mosca sia una cattiva notizia per tutta l'Europa: a nessun grande Paese europeo - dalla Germania all'Italia - conviene alimentare il clima di tensione a est, con il suo corollario di conflitti militari striscianti e blocchi commerciali che rendono più complesso far ripartire l'economia europea e russa.

È vero che l'Europa non è più il solo cuore pulsante dell'impero americano, e che il focus della politica estera statunitense si sta lentamente spostando (con rischi di pesanti contraccolpi strategici) dal vecchio continente all'Asia, ma per continuare a esercitare una funzione di leadership globale l'America ha bisogno ancora dell'Europa.

Ha bisogno di evitare che le spinte centrifughe e protezioniste del vecchio continente prendano il sopravvento, non solo nei Paesi dell'area sud del Mediterraneo dove le ondate migratorie e le nuove povertà stanno mettendo le ali ai movimenti populisti (da M5S a Podemos) ma anche nell'Europa del Nord dove stanno predendo piede, dalla Germania all'Austria, formazioni euroscettiche e neonazionaliste. Trovare un accordo con il Cremlino in Siria, in Ucraina ma anche sulla cyber war  è - più che un'imperativo etico - una necessità pratica da cui nessun presidente statunitense può sottrarsi.

2) PACIFICARE IL MEDIORIENTE IN FIAMME
Dalla precipitosa decisione di muovere guerra al colonnello Gheddafi alla decisione di finanziare i gruppi di opposizione a Bashar Al Assad, fino al balbettante ritiro dall'Iraq deciso sull'onda di una promessa elettorale (poi, parzialmente, rimangiata) fatta da Obama nel 2008 che ha finito per lasciare mano libera ai gruppi insorgenti iracheni e infine alla nascita dell'Isis, con tutte le conseguenze sul piano della sicurezza in Europa e nel mondo.

L'amministrazione Obama, che aveva esordito con il famoso discorso del Cairo nel 2008 per lanciare un ponte al mondo musulmano, ha compiuto in Medioriente alcune scelte coraggiose, come l'accordo sul nucleare iraniano, ma anche alcuni errori strategici che sono costati molto cari, frutto di una lettura sbagliata e illusoria sulla natura della primavera araba del 2011. Nata sì come sollevazione laica e popolare ma egemonizzata poi, come già accaduto in Iran nel 1979, dalle forze oscurantiste e islamiste nazionali.

Disimpegnarsi oggi dal Medioriente - con un Egitto in fiamme, una Siria e una Libia precipitati nella guerra, una Penisola arabica dove - per lo meno nello Yemen - si muore nel silenzio della grande stampa internazionale, un conflitto israelo-palestinese ormai incancrenito e senza speranze - significa rinunciare a esercitare un ruolo in un'area chiave del mondo. Significa trasformare nuovamente il Medioriente, sulle ceneri di Sykes Picot, in un terreno di conquista di tutte le potenze regionali e globali, come già accaduto a Damasco. Con conseguenze drammatiche e imprevedibili, anche per gli USA.  In Medioriente le idee espresse da Trump sono apparse fin qui contraddittorie e confuse: da un lato ha minacciato l'uso della bomba atomica in Siria contro lo Stato islamico, dall'altro la sua ricetta isolazionista - quasi a scaricare sui partner europei  il compito di pacificare l'area - non promette alcunché di buono. L'incognita Trump in Medioriente è enorme.

3) RIDEFINIRE I COMPITI DELLA NATO
L'Alleanza atlantica è nata dopo la seconda guerra mondiale con l'obiettivo di contenere l'espansionismo sovietico. Il suo asse georgrafico e strategico è stato, fino al crollo dell'Impero sovietico nel 1991, l'accordo tra gli Stati Uniti e l'Europa occidentale. Oggi le cose sono profondamente cambiate, non solo perché non esiste più il nemico sovietico, ma anche perché le guerre tradizionali, combattute dagli Stati nazionali, appaiono ormai in declino rispetto all'insorgere di conflitti asimmetrici alimentati da soggetti extrastatuali, gruppi terroristici o bande militari che combattono spesso guerre per procura senza mai affrontare il nemico a viso aperto.

Non c'è più una divisione in blocchi del pianeta, non ci sono più conflitti tradizionali tra eserciti che hanno storicamente ispirato le dottrine strategiche della Nato. C'è inoltre - a complicare il quadro - il ruolo ambiguo un Paese chiave come la Turchia, che possiede il secondo esercito più numeroso di tutta l'Alleanza atlantica, ma che agisce troppo spesso come se non facesse parte della Nato.

Ridefinire compiti, obiettivi, funzioni, alleanze e anche carichi finanziari condivisi della Nato è uno degli impegni più gravosi dei prossimi presidente americani. Né la Nato, secondo gran parte dei governi europei,  può diventare il cane da guardia degli interessi americani in Europa, come sta avvenendo oggi al confine con la Russia. Le idee di Trump sull'Alleanza sono note: che l'Europa paghi il prezzo finanziario della sua sicurezza. Un proposito che solleva domande e rischi per la sicurezza nel vecchio continente.

4) LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI
Il riscaldamento globale, causato soprattutto dalle attività dell’uomo, potrebbe provocare un incremento della temperatura di 4 gradi entro la fine del secolo, una percentuale che è pari al riscaldamento registrato sulla Terra negli ultimi 18.000 anni.

L'aumento produce numerosi rischi - sulla cui valutazione convergono ormai la gran parte degli studiosi del fenomeno - tra i quali l’innalzamento del livello dei mari fino a un metro, con inondazioni delle zone costiere e introduzione di acqua salina che degrada il terreno coltivabile, lo scioglimento dei ghiacciai, l'impoverimento delle riserve idriche di acqua dolce e lunghi periodi di alluvioni o di siccità.

Il tutto provocherà nuove e sempre più massicce ondate migratorie verso le aree del pianeta più temperate, con conseguenze sociali, politiche ed economiche difficilmente prevedibili. Ridurre le emissioni, mentre entrano nel mercato globale nuovi e popolosi Paesi che  stanno conoscendo una crescita industriale impetuosa, è uno dei più complessi compiti che attendono gli Stati Uniti nei prossimi decenni.

La riconversione ecologica di un'economia globale storicamente incentrata sui combustibili fossili e sul consumo di suolo è uno degli impegni che dovremo prendere tutti, un po' come ha cercato di fare finora Barack Obama, a cominciare dalla rivitalizzazione del famoso protocollo di Kyoto (a cui aderisce però solo il 65% dei Paesi del mondo). Su questo piano un Paese leader, che non vuole rinunciare alla sua leadership, non può tirarsi indietro. Le idee antiambientalista di Trump - che considera i limiti imposti dal protocollo come una dele cause delle delocalizzazioni che hanno colpito i colletti blu del nordest - sono una delle grandi incognite dei prossimi anni.

5) NUOVE REGOLE PER L'ECONOMIA E LA FINANZA GLOBALE
Dagli accordi di libero commercio come il TTIP conl'Europa, il NAFTA con il Messico e il TPP  con l'area del Pacifico alla necessità di riscrivere le nuove regole del governo dellla finanza, con l'obiettivo riconosegnare al potere sovrano degli Stati il bastone del comando  caduto negli anni 90 nelle mani dei grandi fondi  privati.

La liberalizzazione dei mercati finanziari, voluta da Bill Clinton alla fine degli anni 90, ha portato con sé la fine della distinzione tra banche d'affari e banche tradizionali e la conseguenti moltiplicazione di strumenti finanziari anomali nella  pancia dei grandi istituti di credito che sono, per molti analisti, una bomba a orologeria pronta nuovamente a deflagrare sulle timide speranze di ripresa internazionale. Si calcola che esistono oggi, sul mercato finanziario, prodotti più o meno tossici che hanno un valore nove volte superiore al valore reale del circolante.

Il tutto ha prodotto, oltre che la crisi del 2008, amplificata dalla bolla immobiliare, una crescita economica diseguale che ha innescato una delle più grandi sperequazioni sociali della storia del capitalismo postbellico, con spaventosi concentrazioni di ricchezze e sempre nuove povertà diffuse anche nel mondo ricco che hanno depresso consumi e investimenti. Anche in America. Dalla lotta ai grandi paradisi fiscali alle nuove regole per la finanza (e a un nuovo welfare universale):  Obama non è riuscito a regolamentare Wall Street. Ci riuscirà il prossimo presidente?

6) LOTTA AL NARCOTRAFFICO E CORTILE DI CASA
Archiviata la lunga stagione delle dittature militari, quello che, secondo la dottrina Monroe, era il cortile di casa degli Stati Uniti ha conosciuto negli ultimi venti anni un processo di tumultuoso cambiamento, non privo di contraddizioni, che ha reso più fluidi i rapporti tra i Paesi latinoamericano e l'ingombrante vicino nordamericano.

La distensione con la Cuba dei fratelli Castro è stata, a venticinque anni dalla fine della guerra fredda, uno dei  fiori all'occhiello della politica estera di Obama. Benché contestata in patria, la fine dell'embargo è apparsa, a noi europei, quasi tardiva, ma è considerata dagli addetti ai lavori una ghiotta occasione di rilancio anche per i grandi investitori americani, oltre che per il popolo cubano.

Rimangono ancora alcune questioni calde, e cariche di incognite, come la lotta al narcotraffico messicano,  la stabilizzazione del Venezuela, Paese ricchissimo di petrolio, dopo i turbolenti anni del duo Chavez-Maduro, la necessità - avvertita anche a Washington - che la fine dell'epoca lulista in Brasile e forse in tutta l'America Latina non produca pesanti contraccolpi politici e gerostrategici. È anche su questo piano che sarà giudicata la prossima presidenza americana.

Continuare sulla strada della distensione e dell'approfondimento degli accordi di libero commercio con i vari Paesi del subcontinente americano appare, per Hillary Clinton, una necessità strategica, all'insegna di una visione globalista dello sviluppo. Donald Trump ha altre idee, in linea con la corrente isolazionista americana: dalla lotta ai cambiamenti climatici, che il candidato repubblicano considera un ostacolo alla ripresa economica, ai rapporti con la Russia, non c'è argomento che non abbia diviso i due candidati presidenziali. I rapporti con il Messico - con il proposito di costruire un Muro che secondo Trump deve pagare Los Pinos - rischia di rendere più complessi i rapporti con i Paesi vicini latinoamericani, mettendo in discussione il processo di distensione in atto. Anche sulla fine dell'embargo con Cuba.

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7) LA CONQUISTA DELLO SPAZIO
Argomento sottovalutato in campagna elettorale, meno di moda rispetto a qualche decennio fa, la ricerca aereospaziale ha fatto negli ultimi anni straordinari passi in avanti. Tanto che Barack Obama, in un celebre articolo scritto per Cnn, ha fissato al 2030 la data in cui l'Uomo potrà andare e tornare da Marte, con l'obiettivo, un giorno, di colonizzare il pianeta rosso, qualora la tumultuosa crescita demografica globale renderà necessario trovare nuovi spazi vitali. Utopia? Realtà? Di certo la nuova frontiera dello spazio è uno dei campi attorno a cui si gioca il primato tecnologico e politico americano.

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