Esteri

Isis: i terroristi sono già tra noi?

La minaccia del nuovo terrorismo jihadista fa sempre più paura. Ma che cosa rischiamo davvero? Panorama lo ha chiesto ai massimi esperti del settore.

jihadisti

– Credits: GETTY

Massima allerta da mesi, indagini su tutti i fronti e un pericoloso nemico: il reclutatore. La lotta al terrorismo internazionale in Italia non può prescindere dai «foreign fighter», quelle 48 persone che dall’Italia sono andate a combattere con i terroristi dell’Isis, lo «Stato islamico dell’Iraq e della grande Siria», tre o quattro delle quali tornate nei mesi scorsi. Sono la tessera fondamentale di un quadro più complesso, che va dalla proficua collaborazione con le comunità islamiche a molti immigrati di seconda generazione potenzialmente pericolosi.

Il reclutatore
Il timore del nostro antiterrorismo è che i combattenti rientrati da Siria o Iraq, e che sono monitorati, non pensino necessariamente a un attentato, bensì a reclutare un piccolo gruppo di giovani esaltati per indottrinarli, addestrarli militarmente e inviarli sui campi di battaglia del Califfato. Ciò significa che, anche dopo solo pochi mesi, qualche membro di questo gruppo potrebbe tornare in Italia e dare il via a sua volta ad altri addestramenti. I rischi che si cerca di prevenire sono due: da un lato, scongiurare attentati; dall’altro, evitare che in Italia aumenti esponenzialmente il numero di integralisti islamici pronti a tutto nel nome di Allah.
Su questo punto, infatti, oggi siamo in una condizione diversa rispetto ad altri paesi. Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, il 9 settembre scorso nell’informativa alla Camera ha confermato che i 48 foreign fighter sono persone «collegate a vario titolo al nostro Paese». Tra di loro, due sono sicuramente di nazionalità italiana: Giuliano Delnevo, convertitosi all’Islam e morto ad Aleppo nel giugno 2013, e un giovane marocchino naturalizzato che, ha detto Alfano, «si trova attualmente in un altro paese europeo». Gli altri sono immigrati di varia nazionalità, residenti da tempo in Italia. Dal Canada, invece, sono andati a combattere in 130 e ne sono tornati 80: l’attentato del 22 ottobre a Ottawa, a opera di Michael Zehaf-Bibeau, ha messo i canadesi di fronte a un fenomeno per loro sconosciuto. In Germania, addirittura, sarebbero andati in 1.800 a sostenere la causa del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Alla vigilia della conferenza sulla sicurezza nell’Unione europea, a Bruxelles il 29 settembre, il coordinatore dell’antiterrorismo dell’Ue Gilles De Kerchove ha quantificato in 3 mila i cittadini europei che sono andati a combattere: mille in più del mese precedente, come precisato poi da Alfano.

----------------------------------------

CATTIVE NOTIZIE DAL FRONTE
La nuova Jihad non recluta più i diseredati, ma chi si autoesclude

di Vittorio Emanuele Parsi

È il passaggio dal franchising al fai-da-te. Questo è il messaggio che arriva dai fatti di Ottawa: la trasformazione del terrorismo jihadista attraverso la sua miniaturizzazione. Si tratta di un vero e proprio incubo per gli investigatori, che rischiano di dover cercare il classico ago nel pagliaio. Se era già difficile trovare i «negozi di Al Qaeda», è intuitivo quanto rischi di essere impossibile scovare «i clienti dell’Isis», cioè tutti quelli che si portano a casa il credo della Jihad 2.0 scaricandolo dalla rete e assemblandolo comodamente al proprio domicilio. I nuovi «jihadisti della brugola» hanno un profilo che presenta un percorso conversione-radicalizzazione-lotta armata che pare diverso e più rapido dei loro predecessori,  e che non avviene nei tradizionali luoghi di socializzazione alla Jihad: le moschee radicali, il fronte, le carceri. Più che alimentato dall’esclusione sociale, come nel caso del radicalismo delle banlieue francesi, il jihadismo dei convertiti occidentali sembra il prodotto di un percorso di autoesclusione, al cui culmine scatta la decisione di passare all’azione. Si tratta anche qui di una pessima notizia, perché significa che anche le buone politiche possono fare poco per contrastare il reclutamento di soggetti che cercano un senso e un radicamento fuori da se stessi, nella dipendenza da una sostanza ideologica totalitaria. È la forza poderosa dell’emittente che li attrae e li motiva. Diventa così sempre più evidente che solo indebolendo e sconfiggendo lo Stato Islamico  là dove è sorto sarà possibile anche combattere  e sconfiggere il nuovo terrorismo in Occidente.


Di conseguenza, la timidezza nell’affrontare questo nemico anche sul campo di battaglia appare estremamente pericolosa. Finché il califfo al-Baghdadi potrà mostrare al mondo la sua capacità di tenere in scacco i governi arabi e le potenze occidentali, la sua capacità di attrazione si rafforzerà e noi rischieremo di ritrovarci a dover fronteggiare decine di attentatori solitari. Ogni esitazione rischia solo di portare ulteriori proseliti alle armate d’oltremare del califfo. Dal suo punto di vista, del resto, tremila attentati capaci di fare una vittima valgono più di un attentato in grado di fare tremila morti, oltre che essere assai più facili da organizzare e molto più difficili da sventare. Il messaggio sarebbe di una forza devastante: nessun posto è nessuna persona è al sicuro.

-----------------------------------------------------------


I «lupi solitari»
L’intelligence italiana esclude che terroristi possano infiltrarsi nei barconi pieni d’immigrati che continuano a sbarcare sulle nostre coste, mentre drizza le antenne sui Balcani. Per ora sono solo ipotesi, senza dimenticare che nel jihadismo italiano sono presenti reduci carismatici delle guerre in Bosnia e in Afghanistan.
Anche gli investigatori dell’antiterrorismo non prendono in considerazione i barconi, e preferiscono un approccio più pragmatico: chiunque dovesse arrivare, ipotizzano, dovrebbe trovare appoggi e dunque l’importante è controllare chi sta in Italia. E siccome un conto è l’organizzazione, un altro l’individuo isolato, la prevenzione passa attraverso il maggior numero di informazioni, cercando di captare segnali, anche minimi, che indicano un percorso di radicalizzazione.
Ormai, dicono gli esperti del Viminale, il concetto di moschea come luogo di proselitismo è obsoleto. Anzi, il pericolo può nascondersi proprio in chi non la frequenta più. Per questo è intensa, e determinante, la collaborazione con le comunità islamiche. Nella sua informativa alla Camera, Alfano ha detto che sono stati censiti 514 associazioni e 396 luoghi di culto, tra cui le quattro moschee di Roma, Milano, Colle Val d’Elsa e Ravenna. E può bastare che un musulmano non esca più di casa per far scattare l’allarme.

La seconda generazione
Un altro pericolo potenziale sono i figli di immigrati. Un esempio illuminante è quello di Isaac Hamdi, uno degli autori del fallito secondo attentato a Londra nel luglio 2005. Hamdi fu arrestato pochi giorni dopo a Torpignattara, quartiere periferico della Capitale, in un blitz di Nocs, antiterrorismo e Digos di Roma. L’uomo parlava in italiano perché la sua famiglia si era trasferita anni prima dal Corno d’Africa e spiegò un percorso mentale e sociale che può ripetersi oggi, in Italia e in altri paesi occidentali, in moltissimi giovani: quando una famiglia d’immigrati comincia a integrarsi e a disporre di beni che nei paesi d’origine sono impensabili, il futuro appare roseo. Ma se non si riesce a compiere il salto di qualità, se non raggiunge il livello di vita di un italiano medio, insomma se non è come gli altri, può scattare un rifiuto e finire nelle braccia dell’Islam più radicale.
Per controllare questo tipo di rischio, fondamentale è l’analisi del web, anche per l’uso strumentale e virale che ne fa l’Isis. L’antiterrorismo monitora costantemente i siti più frequentati e spesso evita di chiuderli: sono fonti di notizie e, in caso contrario, gli integralisti ne aprirebbero subito altri.

La collaborazione internazionale
Polizie e servizi segreti collaborano ampiamente, ma si può fare di più. Si sta discutendo sulla creazione di squadre multinazionali per il monitoraggio dei foreign fighter mentre, nei recenti vertici europei, De Kerchove e il direttore dell’Europol, Rob Wainwright, hanno sollecitato un maggiore scambio di informazioni tra i servizi segreti.
La collaborazione non sempre funziona bene: secondo la stampa spagnola, alla metà di ottobre l’Unione europea ha chiesto a Madrid di rafforzare i controlli alle frontiere di Ceuta e Melilla, due enclave spagnole in Marocco, per prevenire l’ingresso di jihadisti: negli ultimi mesi sarebbero riusciti a passare in quattro. Il governo spagnolo, però, ha risposto che non manderà più agenti, limitandosi a formare quelli presenti perché «possano identificare elementi terroristi».


In questo campo, l’Italia ha qualcosa da insegnare, e che altri paesi dovrebbero copiare: il Casa, Comitato di analisi strategica antiterrorismo, del quale fanno parte la Polizia di prevenzione (ex Ucigos), il Ros dei carabinieri e i servizi di intelligence e dove, rileva sorridendo un poliziotto, «la rivalità tra noi e i carabinieri non esiste». In quella sede ci si scambiano notizie e valutazioni, mentre in altri paesi europei le forze di polizia non dialogano, rendendo meno efficaci le indagini. A questo dovrebbero aggiungersi modifiche del codice penale, in modo da poter punire anche chi viene «arruolato» dai terroristi e non solo, com’è possibile ora, chi arruola. Molti magistrati (vedere anche l’intervista ad Armando Spataro nella pagina di destra) suggeriscono anche il coordinamento investigativo di una Direzione nazionale antiterrorismo, da affiancare alla Direzione antimafia.
Ciò che manca in Italia è un coinvolgimento di tutta la società, che dovrebbe affiancare il lavoro degli investigatori. In diversi paesi esiste un «programma di deradicalizzazione» che assegna un ruolo preciso a chiunque operi sul territorio, come scuole e università, servizi sociali e centri di igiene mentale. Tante «sentinelle» in grado di cogliere segnali che l’antiterrorismo potrebbe decodificare.  Il messaggio è semplice: il nuovo terrorismo non è soltanto quell’uomo vestito di nero che taglia la gola in diretta tv, ma anche i suoi fan, nascosti tra noi. 

-----------------------------------------

QUEL REPORTAGE DELL'OSTAGGIO
È il primo caso di un giornalista «embedded» con i terroristi dell’Isis: e il messaggio è molto efficace

Di Gianandrea Gaiani

La tecnica di utilizzare personaggi noti, oppure militari nemici per sostenere la propria propaganda bellica, non l’ha certo inventata lo Stato islamico (Isis). Dalla giovane Jane Fonda che negli anni Sessanta si fece fotografare ad Hanoi con l’elmetto in testa, a fianco delle batterie antiaeree  nordvietnamite che abbattevano i bombardieri B-52 americani, fino ai piloti alleati abbattuti sull’Iraq nel gennaio 1991 e forzati con la violenza dagli uomini di Saddam Hussein  a diffondere messaggi che scoraggiassero l’opinione pubblica occidentale. Semmai Il Califfato mostra la capacità di perfezionare il prodotto propagandistico, rendendolo più credibile e giornalistico con l’ultimo video realizzato nella città curda assediata di Kobane da John Cantlie (nella foto sopra il titolo), il reporter britannico ostaggio dell’Is. Forse non è vero che i mujhaidin del Califfato controllano tutta la città, come il reportage di  5,32 minuti vuole farci credere; ma se le immagini sono state davvero girate a Kobane allora non corrisponde a verità neppure la notizia del ritiro dei jihadisti dal centro urbano diffusa da statunitensi e curdi.
Riferimenti e citazioni sembrano indicare che il reportage sia stato realizzato tra il 21 e il 26 ottobre ma, sia nell’ipotesi che Cantlie abbia abbracciato la causa del Califfato, sia che stia utilizzando le sue migliori qualità di reporter per salvare la pelle o risparmiarsi tremende torture, va in ogni caso riconosciuto che il messaggio del video è efficace. Sottolinea l’assenza di giornalisti in città per rendere ancor meno credibile la versione della Coalizione sulla battaglia; evita toni baldanzosi e ammette che i raid aerei hanno costretto i miliziani a rinunciare a carri armati e armi pesanti, per combattere una battaglia casa per casa.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti