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L'Isis e Roma: il significato del messaggio di Al Baghdadi

In un file audio ritenuto autentico, il leader del Califfato torna a minacciare l'Occidente e l'Italia: come leggere le sue parole

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Abu Bakr al Baghdadi è il Califfo dello Stato Islamico – Credits: Ansa

Come nella migliore tradizione hollywoodiana, quando credi di aver eliminato il “cattivo” quello puntualmente riappare. Abu Bakr Al Baghdadi, l’autoproclamato Califfo dello Stato Islamico, è così tornato a parlare. E lo ha fatto attraverso un messaggio audio che lo Stato Islamico (IS) ha rilasciato ieri, 14 novembre, sul sito jihadista Al Furqan media.

 Al Baghdadi era stato dato per morto o gravemente ferito a seguito di un raid aereo americano sopra Mosul, la capitale di IS, quando nella notte tra venerdì e sabato 8 novembre un convoglio che trasportava i leader dell’organizzazione terroristica di ritorno da una “riunione di governo”, è stato colpito dai caccia statunitensi.

 


Il messaggio, della durata di 17 minuti, è ritenuto autentico dagli esperti. Non fa riferimento allo stato di salute del leader, ma cita fatti recenti avvenuti dopo il suo ferimento. Il cosiddetto “Califfo Ibrahim” cita direttamente l’invio delle 1500 truppe in Iraq annunciato questa settimana dal presidente USA Barack Obama.

 E nomina alcuni gruppi jihadisti di Libia, Tunisia, Egitto, Yemen, Arabia Saudita e Algeria, che hanno da poco giurato fedeltà allo Stato Islamico, a sollevarsi nella “lotta contro i crociati”. Si potrebbe già obiettare che queste dichiarazioni possono esser state prese proprio durante la riunione a Mosul della scorsa settimana e che l’audio può essere stato registrato in quell’occasione.

 

Resta il fatto che il messaggio arriva forte e chiaro. Lo Stato Islamico andrà avanti, nonostante tutto, con o senza Al Baghdadi. Come si suole dire - più o meno - morto un Califfo se ne fa un altro. Lo stesso leader afferma in proposito: “non smetteremo di combattere neanche se resterà un solo uomo”.

 

“Arriveremo fino a Roma”

 Con una frase a effetto, Al Baghdadi esorta poi i fedeli dell’Islam in tutto il mondo a “portare i vulcani della Jihad a eruttare ovunque” e sembra citare simbolicamente anche la capitale italiana. In un passaggio-chiave del comunicato, dice: “State sicuri, O musulmani, la nostra marcia non si ferma e continua a espandersi, con il permesso di Allah. La marcia del Mujahideen (guerriglieri della jihad, ndr)) continuerà fino a raggiungere Roma. E presto, gli ebrei e i crociati saranno costretti a scendere a terra e mandare le loro forze verso la morte e la distruzione”.

 Ma c’è di più. Contemporaneamente al messaggio audio, lo Stato Islamico ha rilasciato un video in cui mostra i miliziani sunniti scavare fossati e parlare dai tunnel, dimostrando - in una sorta di sfida mediatica con gli Usa a colpi di immagini - che si sono preparati a fronteggiare anche bombardamenti aerei. Inoltre, hanno diffuso quelle che appaiono essere le  nuove monete di Stato, chiamate “dinari”, presto diffuse in tutto il territorio da loro controllato. Una regione che si estende dal nord della Siria fino al nord est dell’Iraq e arriva a pochi chilometri da Baghdad.

 

Il significato del messaggio del Califfo 

Il metatesto dell’audio diffuso da IS può avere una duplice lettura. La necessità da parte della leadership di risollevare il morale delle truppe, avvisando che la guerra prosegue e che nulla è cambiato, e l’esortazione a “fare di più” e colpire ovunque il nemico. 

 Il primo caso pone comunque lo Stato Islamico in posizione di difesa. Gli uomini di Al Baghdadi non sono ancora riusciti a sfondare a Kobane, in Siria, roccaforte dei curdi assurta a città simbolo della guerra, mentre in Iraq non riescono ad avanzare oltre Tikrit e Baghdad. Sono cioè confinati nelle aree tradizionalmente sunnite e, nonostante la propaganda, questo potrebbe presto bastargli.

 

Radicarsi in quel territorio, concentrandosi sull’istituzione di una nuova forma di governo locale, alla fine potrebbe risultare l’unico obiettivo concretamente esigibile da questi uomini, che altro non sono se non un’organizzazione creata in buona parte dai vertici sunniti dell’ex stato maggiore di Saddam Hussein. Generali e alti comandanti del vecchio regime che hanno raccolto truppe di volontari e reduci dell’esercito in rovina dopo la caduta della dittatura, e ne hanno fatta una spietata armata ostile al governo sciita oggi al potere sia in Siria sia in Iraq.

 Se leggiamo quelle parole in questo senso, tutto il resto, cioè la jihad e le minacce all’Occidente, appaiono allora come fumo negli occhi. Se invece pensiamo alla suggestione che tali parole possono creare e alla malvagità che esse sanno trasmettere, allora dovremo temere anche i tristemente noti “lupi solitari”, ovvero attentatori indipendenti che da oggi potrebbero sentirsi ancor più autorizzati dalle parole del redivivo Califfo a compiere atti terroristici in qualsiasi parte del mondo.

 

In fin dei conti, dunque, quasi nulla è cambiato in Siria e Iraq. Il che rende il conflitto in Medio Oriente un fatto ormai durevole e persistente. Che Al Baghdadi viva o no, il risultato peggiore è che di questa guerra non si riesce a vedere la fine.

 

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