Esteri

Sorpresa, gli italiani tornano a emigrare in Germania

Negli ultimi due anni è cresciuto a dismisura il numero di connazionali - anche in là con l'età - che si sono trasferiti nelle città tedesche: il reportage

 

DA BERLINO - “È successo già un paio di volte che intere famiglie si presentassero qui con l’automobile parcheggiata davanti agli uffici ancora piena di valige senza neanche un posto dove andare”. Ruth Stirati, romana, da più di vent’anni in Germania, è la co-fondatrice di Case a Berlino, un’agenzia immobiliare berlinese specializzata nella vendita e nell’affitto di case per italiani. “Nell’ultimo anno e mezzo circa ho assistito a centinaia di trasferimenti di italiani fatti senza nessuna pianificazione, in molti casi decisi da un momento all’altro. Pochi di loro conoscono il tedesco e così in molti si rivolgono alla nostra agenzia. Sono persone al limite della disperazione, in molti casi hanno qualche risparmio da parte con cui pensano di sopravvivere i primi mesi mentre fanno un corso di lingua e cercano un’occupazione, in altri casi la situazione è ancora più grave e davvero non si sa bene come aiutarli. Poche, ma in crescita, sono anche le coppie che si trasferiscono qui e poco dopo decidono di avere un figlio, sicuri che qui lo stato sociale li aiuterà anche se dovessero trovarsi in difficoltà”.

L’emigrazione italiana in Germania è in aumento. I dati diffusi lo scorso lunedì dall’ufficio tedesco di statistica Destatis sull’immigrazione nel paese di Angela Merkel parlano di una crescita del 40% tra il 2011 e il 2012. Un trend che segue quello degli altri paesi in crisi del Mediterraneo (Spagna 45%, Grecia e Portogallo 43%) e che ci classifica al primo posto se si parla in termini assoluti (l’aumento del 40% significa 12mila persone in più rispetto l’anno precedente). Gli italiani emigrati in Germania nel 2012 nel complesso sono invece ben 42mila. Questo almeno dicono i dati  ufficiali visto che se si prende una casa in subaffitto e si lavora da freelance (spesso continuando a lavorare a distanza proprio per l’Italia) l’obbligo di cambiare la propria residenza è più formale che pratico. E così tanti giovani senza lavoro o con lavori in nero (esistono anche in Germania, a partire dalla meno tedesca di tutte le città, ovvero la ribelle Berlino, méta sempre più ambita non solo per il turismo) vivono in Germania senza che nessun rilevatore statistico riesca ad intecettarli. Vantaggi (o svantaggi) dell’Unione Europea. La conseguenza? Se da una parte è vero che la Germania non ha mai avuto così tanti immigrati dal 1995 (nel 2012 si sono trasferiti qui circa 1 milione e ottomila persone) è facile pensare che i dati reali siano ancora più alti di quelli dichiarati. I flussi migratori seguono la ricchezza e così non è casuale che ai primi posti tra le regioni che hanno ricevuto il maggiore numero di stranieri figurino proprio gli unici tre länder (Assia, Baden-Württemberg e Baviera) che hanno chiuso in attivo l’ultimo bilancio federale (e, secondo il principio di solidarietà vigente in Germania, rigirano la parte eccedente agli altri tredici länder).

 

Che l’immigrazione sia in rapido aumento in Germania, in particolare quella italiana, se ne è accorto anche il giornale Süddeutsche Zeitung che lo scorso mese ha intervistato alcuni tra i circa 23 mila nostri connazionali residenti a Monaco. La ragione principale del trasferimento è sempre l’assenza di lavoro e la speranza in un futuro migliore, ma l’integrazione con la Germania non sempre riesce, complice la difficoltà nell’apprendere una lingua come il tedesco: “Alla fine ti tocca automaticamente uscire con connazionali o altri stranieri, se non vuoi restare da solo”. E se da una parte è vero che tanti italiani sono pigri quando si tratta di apprendere un’altra lingua, dall’altra è facile notare come il cavalcare il cliché,  “molti stranieri sono dei fannulloni”, sia un modus operandi sempre più utilizzato da una parte della stampa tedesca che, come dimostra il pezzo della  Süddeutsche Zeitung, ha scelto per le sue interviste solo persone con difficoltà ad integrarsi. I sentimenti anti europeisti del resto sono in crescita ed il successo (per ora nei sondaggi, lo danno con un potenziale del 17%) che sembra riscuotere Alternative für Deutschland, un nuovo partito che proclama la necessità di chiudere la fase euro (almeno per come la conosciamo ora) e che ha come padri fondatori solo accademici, ne sono solo uno dei tanti esempi.

 

 

Purtroppo poco si parla dei casi di successo di italiani in Germania, come ad esempio i tanti giovani imprenditori che hanno deciso di trasferirsi a Berlino per lanciare le proprie imprese (soprattutto nell’ambito digitale) e che a poco a poco si stanno definendo come una vera e propria comunità a sé stante. “The Italian startup battalion Berlin” lo ha definito il sito Venture Village portando ad esempio i casi di Frestyl (app per cercare e prenotare via smartphone biglietti od offerte speciali per concerti) e Lookals (app per trovare guide speciali e informali per luoghi e tour turistici non convenzionali). Aumentano sempre più i laureati che emigrano (soprattutto liberi professionisti), ma sono tante anche le persone che arrivano perché anche le professioni meno qualificate in Italia ormai sono ormai chiuse ad imbuto.

 

Il problema è che anche in Germania non tutto è rosa e fiori. La disoccupazione tedesca è al minimo dagli anni ‘90, solo 5,4%, ma non basta. All’interno degli occupati infatti risultano conteggiati anche il milione di persone impegnato in corsi di formazione o i 7 milioni che hanno giusto un "mini-job" da 400 euro al mese La meritocrazia funziona più che in Italia, ma non è la regola. E a parità di qualifiche, chi parla tedesco madrelingua ha più chances di essere assunto. Vari reportage giornalistici hanno dimostrato come se una donna straniera invia il proprio curriculum ad una ditta senza specificare né il suo sesso né le sue origini, ha molte più possibilità di essere assunta che specificando questi due requisiti (che purtroppo sono normalmente richiesti al momento dell’invio di una richiesta di lavoro). La stessa flessibilità del mercato del lavoro introdotta dall’Agenda 2010 di Schröder dieci anni fa, prima che la Merkel salisse al governo, ha aperto molte possibilità, ma anche parecchie speculazioni, tanto che la sua modifica è al centro di vari dibattiti della campagna elettorale per le elezioni politiche del prossimo autunno.  Tanti connazionali, come già quaranta e trent’anni fa, si lanciano nella ristorazione grazie a piccoli investimenti sostenuti dai risparmi realizzati in Italia da loro stessi o dalle loro famiglie, mentre tanti altri, anche laureati, finiscono con il lavorare nell’ assistenza clienti (anche call center) in attesa di un tedesco migliore o semplicemente di vedere finalmente riconosciuti i propri titoli di studio ed ambire a posizioni più elevate. Il rischio di un rientro, data la situazione economica italiana attuale, non è certo dietro l’angolo, ma l’idea che non sia la Germania quella terra promessa di cui tanto si parla, è un dubbio che assale sempre più chi, dopo qualche mese dal trasferimento, si rende conto che adattarsi e raggiungere i propri obiettivi anche qui è meno facile di quanto sembri da lontano.

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