Esteri

Siria: pro e contro di una spedizione punitiva

Tre esperti, tre opinioni a confronto sui rischi dell'intervento militare in Siria

Una cartina della Siria (Ansa/Al Jazeera)

Va scoraggiata la legge del più forte 

Dominique Moïsi, esperto di geopolitica, è consigliere speciale dell’Istituto francese delle relazioni internazionali

I rischi dell’inazione sono maggiori rispetto a quelli che possono derivare dall’intervento. Non si può rimanere senza reagire di fronte a una tale violazione del diritto
internazionale, e ancor di più di fronte a una violazione degli impegni presi in precedenza da parte delle potenze occidentali. È in gioco la loro credibilità. Per questo l’utilizzo delle armi chimiche e più in generale delle armi di distruzione di massa contro la popolazione civile da parte del regime di Damasco costituisce un punto di non ritorno.

Certo, i rischi di un intervento diretto nella regione rimangono molto rilevanti perché è difficile dire quali saranno le reazioni dell’Iran, della Russia e gli effetti collaterali sul Libano. Ma non fare nulla avrebbe l’effetto indiretto di incoraggiare l’idea che esiste solo la legge del più forte. Il fatto che la Francia si sia schierata apertamente per l’intervento, sia pure dopo lunghe esitazioni, dovute in particolare alla sorte dei cristiani in terra siriana, si spiega con vari fattori. Innanzitutto questo approccio è in linea con la sua tradizionale politica estera: intervengo, quindi esisto.

L’interventismo è il prodotto della nostra storia, dato che l’identità nazionale francese si costruisce anche sulla capacità di definirsi sul piano internazionale, di essere portatrice di valori universali. A questo primo elemento si aggiunge un fattore più contingente che è l’atteggiamento della Francia favorevole alle rivoluzioni arabe. François Hollande rimane sulla strada tracciata dal predecessore. Al contrario dell’intervento in Iraq del 2003, l’impressione è che siano state Francia e Gran Bretagna a premere sugli Stati Uniti affinché prendessero posizione. L’Unione Europea appare incapace di organizzare un’azione collettiva nel breve termine, per questo alcuni paesi sono spinti a prendere l’iniziativa, cercando una risposta efficace all’emergenza siriana.

Raid dal cielo e niente truppe

Gianandrea Gaiani

Tra le diverse opzioni contro il regime siriano, la Casa Bianca ha valutato insieme con i più stretti alleati quella dei raid aerei limitati. Per dissuadere Bashar al-Assad dall’impiegare ancora armi chimiche, gli angloamericani possono attaccare anche palazzi governativi e comandi militari con i missili da crociera Tomahawk imbarcati su cacciatorpediniere e sottomarini, già nel Mediterraneo. Oppure con lanci da cacciabombardieri francesi e britannici. Un attacco su scala limitata, simile a quello ordinato da Bill Clinton nel 1998 contro Sudan e Afghanistan, per punire gli attentati di Al Qaeda alle ambasciate in Kenya e Tanzania, che tuttavia «non può migliorare le capacità dei ribelli» sostiene Firas Abi Ali, analista di Jane’s, casa editrice specializzata in temi di difesa.

Ai bombardamenti può essere abbinato un incremento degli aiuti agli insorti. Nel sud sono entrati in azione dopo Ferragosto i primi reparti dell’Esercito siriano libero addestrati in Giordania dai consiglieri militari Usa. Dal confine turco sarebbero arrivate 400 tonnellate di armi fornite da sauditi ed Emirati. Meno probabile, soprattutto senza una risoluzione dell’Onu, appare l’imposizione di una no-fly zone perché richiede molti mezzi, comporta costi elevati e mesi di preparazione, oltre a implicare una lunga campagna aerea. Un’escalation non priva di rischi. Mosca e Teheran non starebbero a guardare e Assad può lanciare per rappresaglia le sue centinaia di missili balistici (in parte dotati di testata chimica) contro i paesi vicini. A differenza del Kosovo nel 1999, i raid aerei, inoltre, possono non essere
sufficienti a piegare Damasco.

L’ipotesi di un’invasione della Siria, simile a quella dell’Iraq nel 2003, è politicamente inattuabile per Barack Obama. Turchi e arabi potrebbero, però, mettere in campo forze terrestri da affiancare ai ribelli lasciando a statunitensi ed europei il compito di fornire aerei, intelligence e forze speciali necessari per assumere il controllo degli arsenali chimici

Il pericolo della guerra incontrollata

Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale

L'intervento in Siria non potrà mai essere come quelli in Kosovo e in Iraq, a cui spesso si fa riferimento in questi giorni. Il motivo è semplice: allora la Russia, dopo la dissoluzione dell’Urss, era in profonda difficoltà ed era più accondiscendente alle volontà occidentali. Ora, invece, la Russia di Vladimir Putin ha recuperato muscolarità in politica estera e può schierarsi nettamente contro l’intervento insieme a Cina e Iran. In Siria, peraltro, la Russia ha una presenza militare: la base navale russa nel porto di Tartus. Aprire un confronto contro questi paesi, oggi, può scatenare reazioni indesiderate. Ma ci sono anche altri due problemi.

Un intervento militare è come una partita a scacchi: si possono fare buone mosse, ma bisogna tenere conto anche di quelle che potrebbe fare l’avversario. In questo caso stiamo «giocando» con un regime, quello di Bashar al-Assad, che non ha più nulla da perdere ed è pronto a trascinarci in una spirale da cui sarebbe difficile uscire. Il rischio concreto è che cominciando con un intervento selettivo, con droni e missili, si venga poi coinvolti in una escalation su scala regionale.
L’altra conseguenza che potrebbe avere l’intervento militare è legata alla natura dell’opposizione siriana, frammentata e infiltrata da componenti vicine ad Al Qaeda. Per questo motivo Europa e Stati Uniti non hanno sinora esperito la più semplice delle opzioni per sostenere i ribelli: la fornitura esplicita e decisa di armi.

Un intervento militare sul terreno, soprattutto se su larga scala, aiuterebbe in modo significativo l’opposizione e sarebbe in grado di influenzare l’epilogo del dramma
siriano. Ma senza Assad verrebbe a galla in maniera brutale il problema di quale fra le componenti dei ribelli prenderebbe le redini del paese. Gli americani sanno bene, dopo Iraq e Afghanistan, che il modo migliore per risolvere un problema è non crearsene uno più complesso per il futuro

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