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Esteri

Siria, quattro anni di guerra

Kerry dice che bisogna coinvolgere Damasco nelle trattative: una soluzione politica per fronteggiare l'Isis. Dall'inizio della rivolta 220mila morti, 12 milioni di sfollati, un paese distrutto e pieno di stranieri che combattono

Il segretario di Stato americano John Kerry adesso lo dice esplicitamente: "Dobbiamo parlare con Assad" per una soluzione politica in Siria.

Nel quarto anniversario del conflitto in Siria con 220mila morti e un terzo della popolazione in fuga, le parole di Kerry segnano la svolta degli Stati Uniti: per la prima volta l'America non estromette Bashar al Assad dalla trattativa liquidando lui e il regime di Damasco come illegittimi, bensì ammette la necessità di "negoziare" con il presidente siriano una transizione che sia necessariamente politica.

Si sta già lavorando per le trattative con Damasco
Kerry ha detto, in un'intervista alla Cbs, che si sta già lavorando in questa direzione, che si stanno elaborando modi per esercitare ulteriori pressioni per portare Assad al tavolo della trattativa. Parole che tracciano una strada fino ad ora rimasta un'ipotesi, anche se più volte ventilata, soprattutto mentre la minaccia dell'Isis andava facendosi sempre più concreta.

Un dialogo con il governo di Damasco potrebbe essere la soluzione per evitare un intervento diretto e massiccio, un cambiamento nella portata del mandato della coalizione guidata dagli Usa. Un salto di qualità e di quantità che nessuno degli alleati vuole e si può veramente permettere.

In sostanza quindi, se i raid su Siria ed Iraq non risultano sufficienti a fermare la furia militare del Califfato e a fiaccare la minaccia terroristica, ebbene si provi il tutto e per tutto prima di una svolta che sarebbe senza ritorno. Anche Assad, appunto.

Le parole di Kerry sono inequivocabili: "Alla fine dobbiamo negoziare", ha ammesso il segretario di Stato, "e ciò per cui stiamo spingendo è portare Assad a fare proprio questo. Cosa che potrebbe richiedere esercitare maggiori pressioni su di lui, in vari modi. E noi siamo stati chiari su questo".

Quattro anni dalla rivolta contro Assad
Da una scritta contro Assad tracciata sul muro di un liceo ad una guerra civile che ha provocato 220 mila morti, 12 milioni di sfollati (su una popolazione di 23 milioni), la distruzione delle infrastrutture e l'invasione straniera di jihadisti sunniti e milizie sciite che si combattono su fronti opposti.

La prima manifestazione contro il regime
Questa la traiettoria che in quattro anni ha portato la Siria a cadere nel buco nero di un conflitto di tutti contro tutti di cui non si intravvede la fine.

Era il 15 marzo del 2011 quando a Daraa, nel sud del Paese, si tenne la prima manifestazione contro il regime, dopo che il mese prima un gruppo di studenti erano stati arrestati con l'accusa di avere tracciato con lo spray slogan anti-regime.

 

Un fatto senza precedenti nei 40 anni al potere della famiglia Assad. La reazione delle autorità di Damasco fu durissima. Nel sangue vennero represse anche successive manifestazioni in altre città, fino a quando l'opposizione cominciò a fare ricorso alle armi e i primi militari disertori fondarono l'Esercito libero siriano (Els). Da allora è stato un vortice di violenza che sembra non dover avere fine.

Fedeltà delle forze armate
Nonostante l'ingiunzione lanciata fin dall'estate di quell'anno ad Assad dal presidente americano Barack Obama e dalla Ue perché lasciasse il potere, il regime è riuscito a tenersi in sella grazie alla fedeltà della maggior parte delle forze armate e all'appoggio dei suoi due grandi alleati, la Russia e l'Iran, anche se attualmente controlla con sicurezza solo una parte del territorio: da Damasco, attraverso la regione centrale di Homs, fino alla costa mediterranea, dove sono le roccaforti degli Assad.

Nel nord Aleppo, quella che era una splendida città capitale economica e commerciale della Siria, è devastata dai combattimenti che da due anni e mezzo oppongono forze lealiste e ribelli.

Più a est lo Stato islamico impone la sua versione oscurantista della Sharia nelle province di Al Hasakah e di Raqqa, dove nel luglio del 2013 e' scomparso il padre gesuita romano Paolo Dall'Oglio.

A sud, presso il confine con la parte del Golan occupato da Israele, proseguono gli scontri con gruppi islamisti e il Fronte al Nusra, la branca siriana di Al Qaida, mentre consiglieri iraniani e milizie sciite libanesi di Hezbollah appoggiano le forze lealiste. Una conferenza di pace organizzata all'inizio del 2014 a Ginevra e' fallita dopo due sessioni e l'estate successiva il mediatore dell'Onu e della Lega Araba, Lakhdar Brahimi, ha gettato la spugna, come aveva fatto prima di lui l'ex segretario generale Kofi Annan.

Tregue locali
Il nuovo inviato speciale, il diplomatico italo-svedese di lungo corso Staffan de Mistura, sta cercando di favorire un dialogo che parta da obiettivi modesti, come tregue locali temporanee, a cominciare da Aleppo.

Ma anche questa iniziativa sembra trovare notevoli difficoltà. Eppure, ha detto recentemente all'ANSA Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana e vice presidente della Federazione internazionale Croce Rossa-Mezzaluna rossa, questa rimane la strada da seguire. "Tregue umanitarie - afferma Rocca - sono gia' state possibili in diversi sobborghi di Damasco, e sono assolutamente necessarie per poter portare soccorso alle popolazioni. A partire dal campo palestinese di Yarmuk, alla periferia di Damasco, dove 18.000 civili sono intrappolati e dove decine di persone sono morte di fame".

Isis: la paura dell'Occidente sulla quale fa conto Assad
Ma Assad, che nell'estate del 2012 sembrava prossimo alla sconfitta, con i combattimenti arrivati quasi al centro della capitale, sa di potere contare ormai sulla paura dell'Occidente per l'Isis, che sembra spingere diverse capitali europee a cercare di riallacciare un dialogo con Damasco, visto come possibile alleato nella lotta ai jihadisti. L'ong Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) ha detto di essere riuscito a documentare i casi di quasi 13.000 detenuti morti nelle carceri del regime per le torture subite. Ma quando le atrocita' non sono riprese in video e' impossibile che scuotano le coscienze come fanno le immagini degli ostaggi occidentali decapitati dai fanatici dell'Isis.(ANSA).

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