SYRIA-CONFLICT
Esteri

Se Bashar al Assad tende la mano a Donald Trump

Il dittatore siriano apre al nuovo presidente Usa, ma le incognite sulla nuova linea di politica estera della Casa Bianca in Medioriente restano molte

Il presidente siriano Bashar Al Assad, in un'intervista alla tv portoghese Rtp, ha dichiarato che Donald Trump potrebbe diventare un «un alleato di fatto» della Siria se manterrà la sua promessa - fatta in campagna elettorale - di combattere il terrorismo dell’Isis senza seguire la linea della precedente amministrazione americana.

 «Non possiamo dire nulla su cosa farà ma se combatterà il terrorismo ovviamente saremo alleati, alleati naturali come con la Russia, l’Iran e molti altri Paesi».

Un'apertura di credito, quella pronunciata dal numero uno di Damasco, che giunge a pochi giorni dalla telefonata distensiva lungo a linea Washington-Mosca all'indomani della vittoria elettorale del tycoon newyorchese, grande ammiratore di Vladimir Putin nonché fautore di un accordo con la Russia per combattere l'Isis. Il medesimo apprezzamento per le posizioni espresse da Donald Trump sulla Siria lo aveva manifestato, soltanto qualche giorno fa, anche Hassan Nasrallah, leader di Hezoballah e alleato di ferro dell'Iran, considerato uno dei grandi sponsor di Assad nella regione. 

Il nuovo risiko a stelle e strisce ispirato al bilateralismo trumpiano (piuttosto che al multilateralismo obamiano) apre però tutta una serie di interrogativi che perora non sono stati chiariti. Interrogativi che hanno a che fare con le posizioni contraddittorie espresse dal tycoon durante la campagna elettorale. Vediamo quali sono.

Per approfondire: Il testo integrale (in inglese) dell'intervista di Assad a RTP

INCOGNITA TRUMP SULL'IRAN
Cominciamo dall'Iran. Con il regime degli Ayatollah - storico sostenitore di Assad - l'intenzione espressa da Trump durante la campagna elettorale è quella di annullare o rinegoziare l'accordo sul nucleare civile (Jcpoa) siglato da Putin, Khamenei e Obama, che di fatto limita il programma di arricchimento dell'uranio ad attività strettamente civili in cambio di un allentamento delle sanzioni. Un progetto - quello di Trump - che potrebbe da un lato far piacere alle monarchie petrolifere del Golfo, ma che rischia di innalzare la tensione non soltanto con l'Iran, ma anche con tutti i soggetti militari extrastatuali sciiti presenti in Siria (alleati di Mosca) e con gli alleati tradizionali - a cominciare dai gruppi petroliferi la Total - che hanno già investito (molto) denaro in Iran. 

Insomma: stringere un accordo con la Russia e con Assad sulla Siria, al fine di combattere l'Isis, come ha detto Trump, significa anche accettare un'estensione del potere dell'Iran nella regione. In altre parole: rivedere l'accordo sul nucleare civile iraniano siglato anche da Mosca è in contraddizione con un'eventuale accordo Washington-Mosca sulla Siria, essendo Teheran un alleato della Russia nella regione. 

INCOGNITA TRUMP SUI PAESI DEL GOLFO
Trump ha detto anche che gli interventi in Iraq e in Libia sono stati un errore e che preferirebbe lasciare Assad da solo a Damasco. Se desse seguito a queste affermazioni, cosa di cui lo stesso Assad ha detto di dubitare («Glielo lasceranno fare?»), dovrebbe ritirare il sostegno alle circa trenta milizie ribelli anti-Assad accreditate  dalla Cia - tra cui alcune di ispirazione islamista, come Jabhat fateh al Sham (Jfs) - e sostenute dalle monarchie sunnite del Golfo. Se Trump dovesse abbandonarle, causerebbe di sicuro molti attriti con Riyadh e con tutto il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg).

Come reagirebbe le potenze sunnite se Trump dovesse abbandonarle, accettando di fatto il potere di Putin e di Teheran in Siria? Si avvicinerebbero alla Cina? Finanzierebbero, coi petrodollari, nuovi gruppi armati sunniti per destabilizzare la nuova Siria di Assad risorta grazie all'alleanza Washington-Mosca? Come vedete, non sono incognite minori.

C'è poi la questione turca, altro grande player della regione: come reagirebbe - se Trump dovesse stringere un accordo con Putin sulla Siria -  Recep Tayyip Erdoğan, che sostiene le milizie fondamentaliste sunnite in Siria in funzione anti-Assad? Potrebbe mai accettare un’intesa fra Trump e Putin sulla Siria? Si spingerebbe fino a  negare all’amministrazione Trump l’accesso alla base aerea di Incirlik, fondamentale per gli Stati Uniti nella campagna contro lo Stato islamico?   Che cosa ne sarebbe in tal caso della Nato, di cui la Turchia è il secondo Paese per numero di contingente? Anche su questo punto la nuova politica estera bipolarista annunciata di Donald Trump porta con sé più domande che risposte.

 

© Riproduzione Riservata

Commenti