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Esteri

Quali sono gli interessi della Turchia in Siria?

La Turchia interviene in Siria perché ha diversi timori e interessi economici da tutelare

www.turkeydefence.com

La truppe turche hanno bombardato una zona di confine in territorio siriano per rispondere a un attacco dell’esercito di Damasco al villaggio di Akçakale, che ha provocato la morte di cinque persone e il ferimento di tredici civili, colpiti da alcuni spari di mortaio. Il governo di Ankara ha ottenuto dal Parlamento l’autorizzazione a condurre attacchi all’esterno dei propri confini nei prossimi mesi. È probabile che il governo turco decida di condurre alcune operazioni mirate all’interno del territorio siriano, soprattutto interventi diretti contro le postazioni del PKK, come è già successo nel Nord dell’Iraq, durante l'estate del 2011.

Anche in Siria, infatti, il problema principale per la Turchia è il movimento indipendentista curdo, che da quasi trent’anni conduce una sanguinosa guerra contro il governo di Ankara. Il PKK controlla alcune parti di territorio siriano nella zona Nord-Orientale e intende usare queste basi operative per colpire la Turchia. Secondo alcuni fonti diplomatiche, l'esercito di Assad avrebbe abbandonato queste zone a maggioranza curda con lo scopo di utilizzare il PKK in funzione anti turca, come aveva già fatto negli anni '90.

La Turchia teme che uno Stato semi-indipendente curdo in territorio siriano costituisca un pericolo per la stabilità nazionale. La prova sarebbe il conflitto in atto tra esercito turco e PKK al confine con l’Iraq. Dopo la guerra del 1991,il Kurdistan Iracheno è diventano una regione autonoma e questo ha favorito il PKK. Da quando il governo centrale iracheno non controlla più il Kurdistan, i guerriglieri di questo gruppo indipendentista curdo si possono addestrare all’interno del territorio dell'Iraq. Dopo che Saddam Hussein è stato sconfitto, la situazione è addirittura peggiorata. Il governo della regione autonoma del Kurdistan Iracheno non si impegna più di tanto ad impedire le attività del PKK, nonostante questo gruppo indipendentista sia incluso nella lista delle organizzazione terroriste dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Inoltre c’è un fattore economico legato alla politica energetica. La Turchia punta a diventare un hub di primaria importanza per il transito di gasdotti e oleodotti che collegano l’Europa al Medioriente. Nei territori adiacenti alla Turchia si trovano le maggiori riserve energetiche del mondo e negli anni scorsi il governo di Ankara ha firmato diversi accordi con i Paesi confinanti e con gli Stati del Golfo. Nell’agosto del 2009, il Qatar ha proposto al governo di Erdoğan di costruire un gasdotto per collegare il Paese del Golfo ai porti turchi. Il Qatar possiede il 15% del gas naturale presente nel mondo e avrebbe molti interessi ad avere accesso al gasdotto Nabucco, che collega i giacimenti del Caspio all’Europa, passando per la Turchia.

Anche altri Stati arabi hanno presentato progetti analoghi, ma questi piani si scontrano con l’instabilità che domina la Siria e l’Iraq. Queste situazioni di crisi non consentono di ultimare diversi collegamenti energetici che frutturerebbero milioni di dollari al governo di Ankara.

C’è infine un problema interno. Il 20% della popolazione turca è di fede alevita. Tra loro c’è una componente araba che appartiene alla stessa confessione del presidente Bashar Al Assad e di una buona parte dei quadri dirigenti del regime siriano. Questo gruppo conta poche centinaia di migliaia di persone, residenti soprattutto al confine con la Siria. C’è poi una grossa comunità alevita turca di cui fa parte il 15-20% della popolazione.

Tradizionalmente di sinistra, gli aleviti hanno sempre sostenuto i partiti laici, contrari al governo di Erdoğan. Anche per questo, diverse frange dell’estremismo sunnita turco sono state ostili nei confronti delle idee eterodosse degli aleviti. Nel 1993, una folla ha incendiato un hotel di Sivaş che ospitava un convegno a cui partecipava il traduttore turco dei Versetti Satanici, ateo dichiarato. Questo attacco ha provocato la morte di decine di persone. Questa minoranza teme che ci saranno altri episodi di violenza legati alla situazione siriana, nonostante gli aleviti turchi e gli alauiti siriani non facciano parte della stessa comunità religiosa, ma siano solo legati alla stessa famiglia sciita. Il governo turco è supportato soprattutto dai sunniti, ma teme che altri mesi di tensione in Siria avranno delle ripercussioni anche sulla convivenza tra queste due confessioni religiose in Turchia, come è già, in parte, successo.

Questi fattori hanno spinto la Turchia ad intervenire militarmente in Siria. È però probabile che questa autorizzazione possa essere utilizzata per colpire le zone curde di confine, con la scusa di rispondere agli attacchi siriani. La Turchia non ha la capacità militare di condurre un’operazione estesa all’intero territorio siriano, senza l’aiuto degli alleati della Nato. Per questo motivo, sarà importante aspettare le dichiarazioni gli altri Paesi dell’Alleanza Atlantica, per capire se siamo all’inizio di un escalation militare o se la Turchia si limiterà a colpire gli obiettivi strategici per il governo di Ankara.

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