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Quale vicepresidente per Donald Trump

Mike Pence, New Gingrich o Chris Christie? La rosa dei nomi dei possibili vice del candidato repubblicano

Donald Trump

Donal Trump in piena corsa per le Presidenziali tiene un comizio a Carmel, Indiana, maggio 2016 – Credits: Joe Raedle /Getty Images

Per Lookout news

Ci ha abituato ai colpi di scena e anche stavolta potrebbe smentire i pronostici. Stiamo parlando di Donald Trump, ovviamente. Che sia un personaggio sui generis non c’è bisogno di ricordarlo, ma forse vale la pena spendere due parole sul suo vicepresidente, perché da questa scelta dipenderà non tanto un avanzamento o una regressione nei sondaggi, ma piuttosto la linea interna al partito che il candidato del GOP vorrà costruire di qui in avanti. La designazione sarà abbastanza veloce e snella.

Mentre Hillary Clinton deve ancora sciogliere la riserva e ha una lista di almeno dieci persone, Trump è in bilico tra il governatore dell’Indiana Mike Pence, il governatore del New Yersey Chris Christie e l’ex speaker della Camera, Newt Gingrich. “Sto restringendo il campo. Voglio dire, sono a tre, quattro potenzialmente. Ma nella mia mente, probabilmente sto pensando solo a due” ha confessatolo stesso Trump mercoledì 13 luglio.

Donald Trump Campaigns in Cincinnati

Newt Gingrich con Donald Trump – Credits: John Sommers II/Getty Images

Newt Gingrich
Gingrich è un dirigente nazionale del partito repubblicano ed ex speaker della Camera. Luterano, settantatreenne, è stato tra i protagonisti delle accuse contro Bill Clinton durante lo scandalo Lewnisky. Dimessosi dal Congresso nel 1998, è stato un costoso consulente politico fino a che non si è buttato nella mischia alle presidenziali del 2012. E ancora oggi è in cerca di un posto al sole. Su Gingrich pesa il giudizio negativo di Paul Manafort, spin doctor di Trump, che è molto scettico su di lui. Manafort gli preferirebbe come vice presidente sia Mike Pence e in misura minore anche Christie, poiché a suo dire l’ex speaker della Camera sarebbe troppo loquace, indisciplinato e difficile da gestire. Essendo che di gaffeur i repubblicani ne possiedono già uno, raddoppiare non sembra affatto una buona tattica in prospettiva.

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Mike Pence, governatore dell'Indiana – Credits: GETTY IMAGES

 

Mike Pence
Per quanto riguarda Mike Pence, Trump non lo conosce molto bene e il governatore dell’Indiana si è avvicinato a lui solo dopo la vittoria nel suo Stato, dove “The Donald” si è imposto con 18 punti di vantaggio su Ted Cruz, il quale proprio in seguito a quel risultato si è ritirato dalla corsa per le presidenziali, il 4 maggio 2016. Fino ad allora, Pence aveva sostenuto Cruz e boicottato invece il tycoon newyorchese. Il che non depone neanche in suo favore. Oltretutto, Trump e Pence si saranno incontrati sì e no quattro o cinque volte prima delle primarie in Indiana. Troppo poco tempo per far scattare un’intesa politica.

Donald Trump Meets With RNC's Fundraisers in New York

Il governatore del New Jersey Chris Christie – Credits: Drew Angerer/Getty Images

 

Chris Christie
Mentre Chris Christie è una vecchia conoscenza di Donald Trump. Il loro rapporto di amicizia dura da oltre un decennio e la loro intesa è dovuta a molte ragioni, prima fra tutte la similarità nei programmi elettorali - ad esempio, sui veterani, sull’immigrazione e sulla sicurezza del confine col Messico - e non ultima pesa anche la vicinanza geografica (Trump è di New York e Christie del New Jersey). Tra gli scheletri nell’armadio di Christie ci sono il cosiddetto “Bridgegate” e un rapporto difficile con Jared Kushner, il milionario manager della campagna dei repubblicani e marito della figlia di Trump, Ivanka. Il padre di Jared, Charles Kushner, fu infatti arrestato per evasione fiscale e finanziamento illecito nel 2005 proprio da Christie, quando il governatore del New Jersey era ancora un magistrato.

 

Il “Bridgegate” si riferisce invece allo scandalo seguito alla chiusura della Fort Lee lane, ovvero la corsia del ponte George Washington sopra il fiume Hudson, che permette di arrivare da New York al distretto di Fort Lee nel New Jersey. La chiusura del ponte avvenne il 9 settembre 2013 e provocò un tale traffico da mettere in ginocchio Fort Lee per l’intera giornata. Controlli successivi dell’FBI dimostrarono che lo staff di Christie (all’epoca già governatore) aveva intenzionalmente fatto chiudere il ponte. I detrattori politici di Christie affermarono che era una “political vendetta” per punire il sindaco di Fort Lee, Mark Sokolich, del suo mancato appoggio alla campagna elettorale di Christie. Della vicenda, il governatore del New Jersey si è però sempre detto all’oscuro.

 

Il ruolo del vicepresidente nella campagna elettorale
A meno di soprese dell’ultim’ora, dunque, la designazione del vicepresidente per i repubblicani ricadrà su una di queste figure. Niente donne, stranamente. E niente ufficiali delle forze armate, che invece abbondano nella lista dei papabili di Hillary Clinton. Sia come sia, questa scelta non sposterà verosimilmente milioni di voti. Ma l’aiuto di un vicepresidente designato nella campagna elettorale è senz’altro di grande aiuto in ogni occasione pubblica nella quale un candidato presidente dev’essere presente ad ogni costo anche quando non può. Avere un vice battagliero e carismatico, e saperlo sfruttare ad hoc può rivelarsi un’arma importantissima per la volata finale. Inoltre, tale scelta definirà sin da subito lo stile politico che Trump intende adottare se verrà eletto presidente e l’immagine che pensa di dover proiettare intorno a sé.

Se oggi guardiamo a Joe Biden, il vice di Obama è stato considerato a lungo uno dei senatori statunitensi più competenti ed esperti, soprattutto in politica estera, e la sua grande facilità oratoria - giudicata unanimemente la sua più grande qualità - non sono da meno dello stesso Obama. Ma Biden è stato fondamentale soprattutto nelle campagne elettorali. Nel 2012, ad esempio, si pronunciò sia pur informalmente in favore dei matrimoni gay, di fatto costringendo lo stesso presidente Obama a non smentirlo e a sposare la sua linea. La scelta si rivelò azzeccata e vincente, e quella frase valse a Obama

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