Esteri

Putin in Italia. Un’occasione storica per Matteo Renzi

Il leader russo a Milano e Roma gioca una partita decisiva. E Roma, anche se fedele all’alleato Usa, non può voltare le spalle al Cremlino

 

Per Lookout news

Alla fine dello scorso anno scrivemmo che l’acuirsi della virulenta crisi esplosa in Ucraina nel 2014 era specchio dei pessimi rapporti cui erano giunte le attuali amministrazioni di Washington e Mosca. L’involuzione del dialogo tra Russia e Stati Uniti, infatti, ha riavvolto il nastro delle relazioni tra i due Paesi, riportandolo ai tempi in cui il muro di Berlino era ancora in piedi. Ma, a ben vedere, stavolta la riedizione della guerra fredda su cui tanto insiste la Casa Bianca danneggia sia l’Occidente, Italia in primis, sia il Medio Oriente ben più di quanto fosse ragionevole aspettarsi.

Non solo ci danneggiano i rapporti economici imbrigliati dalle sanzioni comminate a Mosca, ma è il più grande quadro geopolitico euro-mediterraneo a risentire assai negativamente, in ragione anche di quello che in Nord Africa e Medio Oriente non è più un focolaio di crisi ma un incendio che divampa nella grande guerra tra sciiti e sunniti, dove Mosca potrebbe invece giocare un grande ruolo da pompiere.

È in questo contesto che oggi, a otto mesi dal vertice Europa-Asia dell’ottobre 2014, Vladimir Putin torna in Italia. La delegazione russa atterra a Milano a pochi giorni dal vertice del G7 in Baviera, dal quale Mosca è stata temporaneamente esclusa a seguito dell’annessione della Crimea alla Russia nel marzo del 2014, e a due settimane dal summit UE del 25 e 26 giugno, nel quale i leader dei Paesi membri dovranno decidere se inasprire le sanzioni economiche nei confronti del Cremlino per il suo coinvolgimento nella crisi nell’est dell’Ucraina.

 Il rapporto tra Papa Francesco e Putin
La sua agenda prevede prima la visita al padiglione della Russia all’Expo di Milano, dove incontrerà il primo ministro italiano Matteo Renzi. Poi, lo spostamento a Roma per colloqui con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quindi l’udienza in Vaticano da Papa Francesco. Il quale pontefice, vale la pena di ricordarlo, il 5 settembre del 2013 scrisse una lettera indirizzata proprio a Vladimir Putin nella quale il Santo Padre rivolgeva “un sentito appello” a Putin riconoscendogli apertamente doti diplomatiche e leadership. Non risulta, invece, che Papa Francesco abbia mai scritto lettere simili a Barack Obama.

Tutto ciò stava a indicare, ieri come oggi, tanto le potenzialità delle risorse diplomatiche russe, certamente superiori anche alla sua potenza militare, quanto soprattutto il valore che il Cremlino attribuisce al dialogo e alla diplomazia. Non è un caso che Putin in quell’occasione raccolse l’invito del Vaticano, inaugurando un inedito “dialogo” tra Mosca e Santa Sede, cui nessuno era preparato ma che è certo proseguito, come conferma la visita programmata in quel di San Pietro, tutt’altro che di cortesia.

 Il Mediterraneo al centro dei colloqui
Nel suo viaggio in Italia, Putin arriva accompagnato dai più importanti dirigenti d’azienda russi. Tra questi, ci sono Vladimir Dmitriev, direttore della banca di Stato Vnesheconombank, e Igor Sechin, amministratore delegato della compagnia petrolifera Rosneft.

Quando Matteo Renzi e la delegazione italiana incontreranno i vertici del Cremlino, non potranno non ricordare che Mosca gioca un ruolo sempre più importante nel bacino euro-mediterraneo. Ironia della sorte, anche in ragione dell’annessione della Crimea, testa di ponte per il Mare Nostrum.

Già, perché la Russia di Putin è quello stesso Paese che ha permesso alle Nazioni Unite di farsi consegnare il pericoloso arsenale chimico siriano direttamente dalle mani del dittatore Bashar Al Assad, per poi distruggerlo impedendo così che finisse in mani ancora peggiori. Grazie a Vladimir Putin, si è inoltre stati capaci di ammansire l’Iran degli Ayatollah per avviare la strada dei colloqui sul nucleare con le potenze mondiali, di cui si avvantaggia anzitutto Washington, che un domani s’intesterà l’intero merito dell’operazione (nella speranza che vada a buon fine, s’intende).

 Con l’aiuto di Mosca, sarebbe oggi possibile tentare una soluzione per impedire allo Stato Islamico di espandere il proprio raggio d’azione oltre la Siria, l’Iraq e in parte anche in Libia. Mosca, infatti, è amica del regime alawita siriano e potrebbe mediare un’uscita di scena del dittatore Assad, senza ulteriori bagni di sangue. Così come è amica di Teheran e potrebbe impedire un massiccio sconfinamento di truppe iraniane in Iraq, contribuendo a depotenziare il rischio di una guerra totale tra sunniti e sciiti, qui e altrove.

Inoltre, Mosca è amica anche del Cairo e, finanziando il regime militare del generale Al Sisi in sostituzione degli Stati Uniti (che si sono improvvidamente defilati), ha impedito il collasso di un Paese-chiave per la stabilità di Nord Africa e Medio Oriente, assediato dalla minaccia dell’estremismo islamico e della Fratellanza musulmana. Proprio grazie a questo, oggi l’Egitto può tentare di dare il proprio contributo alla pacificazione della Libia, sostenendo le forze laiche contro i jihadisti che minacciano l’integrità del Paese.

 Alla luce di ciò, appaiono francamente incomprensibili le provocazioni verbali del presidente Obama che, senza alcun motivo contingente, continua a “stuzzicare” il Cremlino con accuse di manie di grandezza e di velleità di ricostituzione dell’impero russo. Provocazioni delle quali la delicata situazione internazionale può fare benissimo a meno, specie a fronte della totale evanescenza dell’impegno politico e diplomatico americano in tutte le attuali situazioni di tensione.

Il rapporto tra Renzi e Putin
Queste considerazioni non sono pro o contro Mosca, ma riflettono la realtà della fragile situazione geopolitica, in cui s’inserisce appieno la politica del governo Renzi, sul quale sono puntati gli occhi del mondo dato il crescente ruolo italiano nella crisi euro-mediterranea.

All’ultimo vertice del G7, il premier fiorentino ha ribadito il sostegno dell’Italia alla linea dura, imposta dal presidente americano Barack Obama per “punire” l’intervento della Russia nel conflitto ucraino. Se l’Amministrazione Obama può permettersi di attaccare a testa bassa il Cremlino e provocare Mosca in ogni occasione possibile (vedi le esercitazioni NATO lanciate in Polonia, proprio al confine russo), l’alleato italiano ha ragione di dover essere più avveduto.

 A prescindere dalla presa di posizione ufficiale espressa dal ministro degli Esteri Gentiloni per l’Italia, compatta a fianco dell’alleato americano, Renzi dovrà elaborare una strategia alternativa per non danneggiare anzitutto la nostra economia.

Il Cremlino ci considera a ragione tra quei Paesi dell’UE che mal digerirebbero un aumento delle sanzioni contro la Russia, al pari di Grecia, Austria, Ungheria e Slovacchia. Le perdite causate all’export italiano dalla guerra delle sanzioni voluta dagli Stati Uniti, d’altronde, sono evidenti. Nel 2014 l’interscambio italo-russo ha subito una contrazione del 17% rispetto all’anno precedente. Tradotto in euro, significa 5,3 miliardi in meno che sono andati a pesare soprattutto sui settori dell’agroalimentare, dell’alta tecnologia e dell’abbigliamento. Senza dimenticare la questione energetica. Il gas russo soddisfa il 40% del fabbisogno italiano e il perdurare delle tensioni tra Mosca, Washington e Bruxelles già nel breve periodo non può che esporre il nostro Paese a dei rischi.

 

L’occasione per il governo italiano
È verosimile, dunque, che nel faccia a faccia con Renzi, Putin cercherà di capire se nei prossimi appuntamenti internazionali potrà contare quantomeno sua una posizione più morbida dell’Italia, magari più autonoma rispetto ai diktat imposti da Obama. Nonostante tutto, l’Italia resta un Paese amico per la Russia, come lo stesso Putin ha tenuto a sottolineare nell’intervista rilasciata pochi giorni fa al Corriere della Sera per preparare il terreno prima del suo arrivo.

 Putin dunque si aspetta dunque un’accoglienza amichevole in Italia. E anche se è improbabile che Matteo Renzi - impegnato in queste giornate frenetiche a salvare l’integrità del Partito Democratico dallo scandalo di Mafia Capitale e a garantirsi i numeri in parlamento per tenere in piedi il suo governo - si lanci in una sortita solitaria che rischierebbe di metterlo contro gli Stati Uniti e i big dell’UE, Germania in testa, l’occasione è ghiotta per dare un senso alla politica estera italiana.

 

 

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