La minoranza etnica dei Rohingya, di religione musulmana, subisce in Birmania fortissime discriminazioni: dal 1982 la dittatura militare li ha privati della cittadinanza e di diritti e libertà fondamentali come la proprietà privata, la libertà di movimento e il diritto di accesso alle cure e all'istruzione. La maggior parte di loro vive in condizioni di estrema povertà, in campi di internamento.

Dal 1° aprile del 2015 hanno perso anche il diritto di voto: non potranno partecipare alle elezioni generali del prossimo 8 novembre, pur essendo al centro della campagna elettorale degli altri partiti.

Presenti principalmente nello Stato birmano settentrionale del Rakhine, al confine con il Bangladesh - area che popolano da oltre un millennio - vivono oggi in una condizione di vero e proprio apartheid, che ha avuto un'escalation a partire dal 2012. La forte crescita di un movimento nazionalista buddhista che demonizzato fortemente le minoranze musulmane nel Paese, incoraggiandone l'espulsione, ha costretto molti di loro alla fuga.

Sono aumentati in maniera esponenziale gli episodi di violenza ai loro danni: i buddhisti, la maggioranza nel Paese, hanno dato alle fiamme i loro villaggi e hanno massacrato centinaia di persone, senza alcun intervento delle autorità e con il silenzio sostanziale sulla loro situazione anche della storica leader dell'opposizione, il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.

Basandosi sulla documentazione e sule testimonianze provenienti dalla Birmania, il gruppo statunitense per la difesa dei diritti umani Fortify Rights ha riferito nei giorni scorsi che esistono "consistenti prove" che contro i Rohingya sia in atto un vero e proprio genocidio, coordinato dal governo di Yangon.

In questi scatti il fotografo indonesiano Ulet Ifansasti ha immortalato la vita quotidiana dei profughi di etnia Rohingya, circa un migliaio, fuggiti via mare dalla Birmania e accolti nella provincia di Aceh, in Indonesia, nei centri di accoglienza temporanea di Bayeun e Kuala Langsa.

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