Oskar Groening (Gröning secondo la grafia tedesca), 94 anni, il "contabile di Auschwitz" è stato condannato a 4 anni di carcere dal tribunale di Lueneburg in Germania (Bassa Sassonia) per complicità nell'omicidio di 300mila persone.

Era sotto processo dal 21 aprile. L'ex SS aveva lavorato nel campo di sterminio dal 1942, quando aveva 21 anni: si occupava della classificazione , valutazione e registrazione dei beni sequestrati ai deportati - quasi tutto ebrei ungheresi nel suo caso - avviati verso le camere a gas.

Secondo la difesa di Groening, il suo lavoro non ha facilitato il genocidio. L'accusa invece ha sottolineato come la sua occupazione fosse funzionale alla macchina dello sterminio.

Vista l'età avanzata, difficilmente Groening sconterà la condanna in carcere.

Groening ha sempre dichiarato di non aver partecipato direttamente alle uccisioni dei prigionieri del campo.
È anche noto però per non aver mai negato il suo lavoro ad Auschwitz, e ha sempre riconosciuto l'enormità delle atrocità compiute nei campi di sterminio nazisti. In particolare, ha espresso il desiderio di contrastare con i suoi racconti e le sue ammissioni ogni tipo di negazionismo dell'Olocausto.

L'accusa
"Tramite le sue azioni aiutò il regime nazista dal punto di vista finanziario e sostenne la sua campagna sistematica di uccisioni", ha affermato la procura di Hannover nell'atto d'accusa.
Il legale di Groening, Hans Holtermann, ha respinto queste accuse, affermando che il tipo di lavoro svolto dall'imputato nel campo di concentramento non lo rendeva un complice nelle uccisioni di detenuti.

A proposito della sentenza, merita essere letto il commento di Eva Kor, una delle sopravvissute ad Auschwitz, chiamata a testimoniare al processo Groening, durante il quale ha anche abbracciato l'imputato.

CHI È VERAMENTE OSKAR GROENING?

Ma chi è Oskar Groening, il "contabile di Auschwitz", e perché è stato processato solo ora, a oltre 70 anni dagli avvenimenti?

Groening, classe 1921, era figlio di un ultra-nazionalista, militante di Der Stahlhelm (L'elmo d'acciao) un'organizzazione paramilitare che si oppose in modo violento alla Repubblica di Weimar ed era fondata ideologicamente sulla rivalsa contro il trattato di Versailles e sull'ostilità assoluta contro gli ebrei.
Oskar entrò nel partito nazista e nelle SS allo scoppio della guerra e - visto che era un contabile - venne prima mandato a occuparsi di un ufficio paghe delle SS e ben presto, quando cominciò l'attività del campo, ad Auschwitz: l'incarico era gestire i beni sequestrati ai deportati. In particolare, doveva soprattutto occuparsi di banconote e monete, classificarle e inviarle a Berlino.

Sapeva che chi arrivava ad Auschwitz veniva assassinato
Groening non ha mai negato di sapere che chi arrivava ad Auschwitz vi giungeva per essere assassinato. Lui però - disse più volte - non si occupava di uccidere: "Non diedi nemmeno uno schiaffo a un prigioniero"- avrebbe detto poi, al momento di ammettere il coinvolgimento nella macchina dello sterminio.
Nel '44 venne assegnato a un'unità di combattimento delle SS e fu preso prigioniero dagli alleati. Nel 1948 tornò in Germania e come la maggior parte dei militari tedeschi sopravvissuti, ritornò alla vita "normale", da contabile, civile.

Il racconto dell'esperienza di contabile ad Auschwitz
Negli anni '80 però Groening sentì il bisogno di scrivere un memoriale, soprattutto per i figli, con quanto sapeva e aveva visto di Auschwitz e lo scrisse soprattutto per smentire chi negava l'Olocausto. Poi, a metà degli anni 2000 e ancora nel 2013, attraverso alcune interviste, il suo racconto divenne pubblico.

Pochi mesi fa, nel 2014, un tribunale tedesco lo ha incriminato con l'accusa di complicità nell'omicidio di 300mila persone ad Auschwitz.

La riluttanza della Germania a punire i responsabili e i perpetratori dello sterminio
Nel mezzo, tutta la storia della riluttanza della giustizia tedesca a punire gli ex nazisti. A partire dalla storica sentenza della corte d'appello che nel 1962 stabilì che coloro che avevano ucciso sotto l'influenza delle propaganda del regime o per ordine di un'autorità non potevano essere considerati colpevoli di omicidio.

Groening era sicuro di non poter essere incriminato
Per questo motivo, Groening poteva esprimere una sorta di pentimento pubblico per il suo ruolo, dichiarandosi moralmente colpevole per aver partecipato alla burocrazia dello sterminio. Sicuro però, d'altra parte, di non poter essere incriminato. La Germania non aveva punito quasi nessuno dei responsabili della Shoah: la giustizia tedesca non aveva nemmeno sfiorato i perpetratori diretti e quelli che davano gli ordini; aveva escluso ogni possibilità di processare chi "obbediva agli ordini", quindi chi aveva fornito "solo" assistenza doveva sentirsi al di qua di ogni possibile linea di demarcazione di colpevolezza.

"Dove passa la linea che divide i colpevoli dagli innocenti?"
Nell'intervista del 2013, ricorda Elisabeth Kolbert in un lungo articolo pubblicato lo scorso febbraio sul New Yorker, Groening disse: se dovessero incriminare uno come me, dove ci si dovrebbe fermare? Dove andrebbe tracciata la linea che divide i colpevoli dagli innocenti? Si dovrebbero processare anche i macchinisti che manovravano i treni fino a Auschwitz? E gli uomini che comandavano la segnaletica?

La svolta del processo Demjanjuk
Poi però ci fu il caso di John Demjanjuk, aguzzino di Sobibor. Caso rocambolesco, con doppio protagonista: uno presente al dibattimento ma scambiato con un altro Demianjuk (che aveva "lavorato" a Treblinka). Quindi processo annullato perché istruito e condotto contro il Demianjuk "sbagliato".
Nel 2009 però la Germania processa di nuovo Demjanjuk, questa volta come se stesso, il Demjanjuk giusto (quello di Sobibor).
Secondo quasi tutte le previsioni, anche questo processo doveva finire senza colpevole e senza condanna. Demjanjuk non poteva essere collegato direttamente a nessuna morte o a nessun atto di crudeltà: semplicemente non si trovavano più testimoni, nel frattempo morti.
Nel maggio 2011 Demjanjuk venne invece condannato per complicità nell'omicidio di 28060 persone.
Il verdetto ha dunque ribaltato oltre 50 anni di interpretazione della legge penale per i crimini nazisti.
Il fatto di essere stato guardia a Sobibor rendeva Demjanjuk parte della macchina dello sterminio. Non importava che non ci fossero prove che attribuissero alla sua responsabilità diretta nessuna delle morti.

È questa svolta che ha permesso il processo attuale a Groening. Complicità nell'omicidio di 300mila persone.
Come molti osservatori hanno sottolineato in questi giorni, sarà quasi sicuramente l'ultimo processo a un uomo accusato di essere un criminale nazista.
La svolta della giustizia tedesca è arrivata troppo tardi per gli altri aguzzini, ormai morti di morte naturale. E sicuramente è arrivata troppo tardi per le vittime e i loro discendenti.

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23 aprile 2015

Momenti di grande intensità emotiva giovedì 23 aprile al processo a Oskar Groening, il "contabile di Auschwitz", in corso in Germania, a Lueneburg (Bassa Sassonia), dove il 93enne ex SS è accusato di complicità nell'omicidio di 300mila persone, quasi tutti ebrei ungheresi, nell'estate del 1944.

Eva Mozes Kor, 81 anni, sopravvissuta al campo di sterminio, testimone al processo, è stata abbracciata e baciata da Groening.
Kor si era avvicinata all'imputato, per "ringraziarlo per aver avuto la decenza di ammettere le proprie responsabilità". La reazione affettuosa di Groening l'ha però colta di sorpresa: Non me l'aspettavo. È quel che succede quando vedi due esseri umani interagire. Gli piaccio evidentemente. Come spiegarlo? Tornerò negli Stati Uniti (Kor abita in Indiana) con un bacio sulla guancia da un ex nazista."
In un lungo post sulla sua pagina Facebook, Kor ha raccontato l'esperienza dell'incontro con Groening.

Groening ad Auschwitz si occupava della raccolta dei bagagli e degli effetti personali dei deportati, di recuperare banconote e monete e di inviarle negli uffici delle Ss a Berlino. Per questo è stato soprannominato 'contabile'.

Già dalla prima udienza, Groening - seduto su una sedia a rotelle - ha ammesso la sua responsabilità "morale" nella morte delle persone deportate ad Auschwitz e ha chiesto scusa e perdono ai sopravvissuti e ai familiari delle vittime. "Per me è fuori da ogni dubbio che io sia moralmente complice", ha detto, spetta alla corte stabilire se sono colpevole anche per la legge.

Eva Kor, è tornata lunedì sera, in un altro post su Facebook, sul tema e l'importanza del perdono - che non significa dimenticare - a persone come Oskar Groening.

Questo post è stato pubblicato per la prima volta il 21 aprile 2015 e successivamente aggiornato

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