L’ultimo sgarbo di Trump ai servizi di intelligence degli Stati Uniti viene rivelato dal New York Times di giovedì: avrebbe intenzione di assegnare a un outsider come Stephen A. Feinberg, un milionario co-fondatore della Cerberus Capital Management, addirittura il compito di riconsiderare ruoli e incarichi nelle agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Feinberg è considerato assai vicino a Steve Bannon, l'ideologo estremista, uomo forte del cerchio magico di Trump.
Nel mirino potrebbero essere sia l’indipendenza dei vari corpi dell’intelligence, sia le relazioni dirette con il presidente. Ma la mossa potrebbe essere interpretata anche come una vendetta, un'altra mossa della guerra di Trump contro i servizi del proprio paese.

La faccenda grave delle dimissioni del national security adviser Michael Flynn, così vicino a Putin da permettersi di conversare amabilmente con l’ambasciatore russo su come sarebbero state annullate le sanzioni di Obama per l’hackeraggio delle elezioni, in un momento in cui Obama era ancora in carica, ha riportato in evidenza, oltre al pressapochismo della nuova amministrazione e la (potenzialmente) politicamente catastrofica relazione con la Russia, anche l’ostilità aperta fra Trump e i suoi e la cosiddetta “intelligence community”.

Insomma, gli agenti delle varie agenzie federali sono il principale bersaglio di Trump - in attesa di tornare ad attaccare gli immigrati musulmani - in questi giorni.
Mercoledì ha usato la conferenza stampa per l’incontro con Netanyahu e alcuni Twitter - il suo principale strumento di “governo” - per accusare la National Security Agency (Nsa) e l’Fbi di aver montato, aiutati in questo dagli odiati media, la questione Flynn, diffondendo informazioni "che andavano tenute riservate". Questo, dice il presidente, ha costretto un “uomo meraviglioso” a lasciare l’incarico. La diffusione di queste informazioni è un “atto criminale”; aggiunge poi Trump su Twitter: davvero “un-american”.
Gli agenti e i loro vertici, insomma, sarebbero, secondo il presidente, all’opera per coprire la sconfitta dei democratici alle elezioni.

Il sottotesto
Nella campagna elettorale permanente di Donald Trump, vale tutto, in un mix sconcertante nel quale conta soprattutto tenere alti i toni e aggressivo e minaccioso il linguaggio con affermazioni semplici e slogan che hanno come sotto testo: questi presunti esperti, al servizio dei cattivi, lavorano per fare di tutto perché la volontà popolare (coloro che mi hanno eletto) sia sovvertita.

Peccato che mentre la questione delle relazioni fra l’amministrazione Trump e la Russia sta diventando sempre più grande e difficile da gestire, la situazione anomala di un presidente che si rende nemica la propria intelligence viene vista negli Stati Uniti come un potenziale pericolo per la sicurezza e la stabilità istituzionale.

Gli attacchi in campagna elettorale ai servizi, colpevoli, secondo Trump, di aver rivelato la penetrazione dei russi nei server del Partito Democratico, prendendo così a suo parere, le parti di Hillary Clinton, è stata una ferita mai più sanata.
Aggravata dalla scelta di preferire, al brief quotidiano preparato dai servizi, la "narrazione" da dilettanti di Bannon, Kushner e Flynn. Ma ora con la questione Flynn-Russia, attribuita a una montatura dell'intelligence, si rischia davvero di superare il limite controllabile.

Ogni giorno si diffondono informazioni - secondo molti osservatori diffuse ad arte dalle varie agenzie coinvolte - sui pericoli dell'inesperienza e della debolezza dell'amministrazione in politica estera, compresa la tolleranza dei missili cruise (vietati da un trattato degli anni '80) collocati dalla Russia alle frontiere della Nato.

Anche sull'accordo nucleare con l'Iran, la generale politica della Nato, la strategia contro l'estremismo islamico, la maggior parte delle informazioni e della analisi dell'intelligence Usa, dice il NyTimes, contraddice le posizioni e i pensieri dell'amministrazione (ma poi esiste una strategia dell'amministrazione?). Per non parlare della questione dei rapporti con la Russia.

Nel frattempo, Trump ha nominato Mike Pompeo - Repubblicano - alla guida della Cia e l'ex senatore Dan Coats, anche lui Repubblicano, alla direzione della national intelligence, entrambi più vicini all'establishment repubblicano e al vice presidente Mike Pence, che agli intimi di Trump.

In particolare, Coates - la cui nomina deve essere ancora confermata - si dice sia particolarmente irritato dalle voci dell’arrivo di Feinberg, in una posizione “non ufficiale” dalla quale però potrebbe manovrare mettendo in ombra il suo ruolo di director of national intelligence, in sostanza il coordinatore, a diretto riporto del presidente, delle 16 agenzie di intelligence del governo.

© Riproduzione Riservata