Esteri

Il pericolo dell'ISIS sempre più vicino al Libano

Gli jihadisti hanno conquistato Al-Qaryatain rapendo decine di famiglie cristiane. E la diplomazia internazionale non trova una soluzione per fermarli

Isis

Bandiere dell'Isis – Credits: ANSA FOTO

Al-Qaryatain, situata nella parte sud-orientale della provincia siriana di Homs, è una città strategica. Si trova lungo la strada che collega l’antica città di Palmira, conquistata dallo Stato Islamico nel maggio scorso, al governatorato di Damasco attraverso la regione del Qalamoun.

I miliziani di ISIS ne hanno preso il controllo ieri, giovedì 6 agosto, al termine di una giornata di scontri con i soldati dell’esercito del presidente Bashar Assad. Nella mattina del 5 agosto con tre attacchi kamikaze gli jihadisti hanno neutralizzato tre check point militari raggiungendo il centro della città. Nei combattimenti, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ci sarebbero stati almeno 37 morti tra i soldati siriani e 23 tra i miliziani del Califfato. Controllare Al-Qaryatain significa per ISIS unire le aree che sono in suo possesso in questa parte della Siria al confine con il Libano, dalla fascia orientale della provincia di Homs fino alle porte di Damasco.

Teatro di razzie

Popolata attualmente da circa 40mila persone, la città è stata teatro in queste ultime ore delle razzie dei miliziani jihadisti che avrebbero rapito almeno 230 persone, tra cui decine di famiglie di cristiani.

 

Per loro si teme il peggio, considerato che ISIS considera infedeli i cristiani e impone loro, così come a tutti coloro che non sono sunniti, la conversione all’Islam e il giuramento di fedeltà al Califfato pena l’uccisione. Non è il primo sequestro di massa effettuato da ISIS in Siria. Nel febbraio scorso, almeno 250 cristiani assiri di villaggi del nord-est fecero. Del loro destino, e di quello di molti sacerdoti, non si è saputo più nulla.

La caduta di Al-Qaryatain solleva l’allerta in Libano. Il Paese attraversa da mesi una fase di stallo politico (è senza un presidente della Repubblica e le elezioni politiche in programma nel 2013 sono state rinviate al 2017 a causa delle tensioni tra i diversi schieramenti) e continua a caricarsi sulle spalle l’enorme emergenza dei profughi siriani. Dover fronteggiare nuovi attacchi jihadisti lungo i suoi confini con la Siria, comprometterebbe ulteriormente la sua situazione già estremamente precaria.

Il ruolo di Turchia e Arabia Saudita

Con l’attacco di Al-Qaryatain e il parallelo attentato compiuto ieri in una moschea nella città meridionale saudita di Abha (17 morti), ISIS ha lanciato un nuovo messaggio di sfida ai suoi avversari in Medio Oriente.

La Turchia, dopo aver permesso agli USA il lancio dei primi raid con droni verso Raqqa concedendo l’uso della base aerea di Incirlik, promette attraverso il suo ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu “lotta completa contro Daesh”. Intanto, però, continua a perseguiure il suo principale obiettivo in Siria, ovvero l’abbattimento del regime di Assad. Nelle ultime settimane Ankara ha lavorato sotto traccia per dare forma a una coalizione tra due delle fazioni islamiste ribelli più forti al momento in Siria, vale a dire Ahrar Al-Sham e Jaish Al Islam.

I servizi segreti turchi (MIT, Milli Istihbarat Teskilati) e quelli sauditi stanno spingendo verso questa direzione Zahran Alloush, capo di Jaish al-Islam, gruppo che ha guadagnato molto terreno attorno a Damasco e in tutta la regione di Ghouta. Ahrar al-Sham, invece, è più vicina all’intelligence giordana. Dispone di un rilevante numero di truppe ed è riuscito ad attaccare con successo in più occasioni l’esercito siriano. Il suo comando è stato riorganizzato all’inizio di quest’anno dopo la morte di alcuni dei suoi leader, tra cui Hassan Abboud, noto anche come Abou Abdallah al-Hamaoui, deceduto in un attentato a Idlib nel 2014. Oggi il movimento è guidato da Salah Tahan. Mettere d’accordo quest’ultimo con Zahran Alloush garantirebbe a Turchia e Arabia Saudita una forza sul campo capace di colpire da vicino Assad, molto più incisiva rispetto al Free Syrian Army.

Il futuro di Assad potrebbe decidersi a Muscat

In parallelo a questo canali, prova a rimettersi in moto anche la diplomazia internazionale. Secondo l’agenzia Reuters il 6 agosto a Muscat, capitale dell’Oman, il ministro degli Esteri siriano Walid al-Muallim ha incontrato il suo omologo omanita per provare a rimettere in piedi il dialogo con gli altri attori regionali. Considerato la “Svizzera del Golfo Persico”, l’Oman in questi mesi sta agendo da mediatore nelle crisi in Yemen. Adesso potrebbe intervenire anche in Siria, facendo perno sulle sue buone relazioni sia con gli USA, sia con le potenze sunnite del Golfo che con l’Iran. A Muscat, dunque, si potrebbe lavorare nelle prossime settimane per far sedere allo stesso Russia e Iran da una parte (sostenitori di Assad) e Arabia Saudita dall’altra (principale sponsor della caduta del regime siriano insieme alla Turchia).

Si muove anche Mosca. Diversi media russi sostengono che i rappresentanti della principale forza di opposizione siriana, la Coalizione Nazionale Siriana, dimostratisi sempre diffidente nei confronti della Russia, avrebbero in programma una visita a Mosca la prossima settimana per incontrare il ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Il fronte moderato delle opposizioni siriane hanno finora boicottato i negoziati di pace organizzati dal Cremlino nel gennaio e nell’aprile scorso. Dopo l’incontro con Lavrov potrebbe però decidere di partecipare ai prossimi colloqui. L’ostacolo da superare resta però sempre lo stesso, vale a dire come rapportarsi con Assad e con la sua intenzione di non voler fare assolutamente un passo indietro per favorire il dialogo.

In attesa di una mossa dell’Iran, che ha annunciato la presentazione alle Nazioni Unite di un piano di pace per la Siria, a fare da sfondo a questi ultimi segnali diplomatici sono le dichiarazioni scettiche degli USA e dello stesso Staffan de Mistura, inviato speciale ONU per la Siria, il quale ha detto che le parti non sono pronti per nuovi colloqui. Alla luce di quanto sta accadendo in Medio Oriente, questa volta dargli torto sarebbe davvero difficile. 

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