Esteri

Perché la Turchia ha premiato l'AKP di Erdogan

Tra tensioni e accuse, il popolo turco ha scelto il profilo da statista su cui ha puntato il presidente

 

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Istanbul – Due vincitori e molti sconfitti. L’esito delle elezioni del primo novembre ha decretato il trionfo del presidente Recep Tayyip Erdogan e del premier uscente Ahmet Davutoglu, il tonfo di tutte le opposizioni: contro i pronostici della vigilia, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) ha infatti riconquistato un’ampia maggioranza parlamentare – 317 seggi su 550 – e sfiorato la maggioranza dei consensi, col 49,5% e un incremento di quasi il 9% rispetto alle elezioni del 7 giugno scorso.

La Turchia sceglie ancora Erdogan


 

Hanno invece pagato pesantemente in termini di voti e di seggi il Partito del Movimento Nazionalista MHP, che si è fermato all’11,9% e a 40 deputati perdendo più di 4 punti percentuali e 40 deputati, e il partito filo curdo HDP (Partito Democratico dei Popoli), che ha di poco superato la soglia di sbarramento del 10% e porta comunque all’Assemblea nazionale 59 deputati (i suoi voti sono come sempre concentrati nel sud-est e il sistema elettorale turco, in tal senso, li favorisce. Il partito kemalista CHP (Partito Popolare Repubblicano) non ha registrato variazioni sensibili: 25,3% dei voti, 134 seggi. E anche i partiti minori hanno visto ridursi ulteriormente il loro scarso peso, a poco più del 2%.

 È il ritorno agli equilibri elettorali e politici del 2011: l’AKP ha riguadagnato i voti perduti nella tornata di cinque mesi fa, la Turchia la stabilità necessaria a proseguire il processo riformistico istituzionale ed economico. La Borsa e la lira, stamattina in apertura, hanno registrato incrementi significativi. Tuttavia, come quattro anni fa, il partito di Erdogan non è numericamente in grado di cambiare da solo la Costituzione, di cancellare definitivamente quella di impianto autoritario e militarista del 1982 per sostituirla con una pienamente democratica. La transizione turca, senza la cooperazione costruttiva delle opposizioni, rischia di bloccarsi ulteriormente.

 

Gli errori delle opposizioni
La scarsa volontà di MHP, CHP e HDP a creare un governo di coalizione basato sul compromesso in una fase di particolare difficoltà per il Paese (crisi siriana, questione curda, conflittualità politica), dopotutto, è la ragione principale del ritorno a una vittoria significativa dell’AKP. L’attitudine oltranzista del leader nazionalista Bahceli, in aperto contrasto col proprio elettorato desideroso di tornare al potere, gli ha fatto guadagnare il soprannome di “Mr. No”, perdere pezzi di partito come Tugrul Turkes – che è stato espulso per aver accettato di far parte del governo ad interim – e due milioni di voti, soprattutto nelle sue roccaforti anatoliche e mediterranee.

 

L’HDP, invece, ha pagato l’incapacità di prendere le distanze dalla violenza del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), con dichiarazioni e gesti simbolici di marcata ostilità che hanno indispettito non poco l’elettorato: ma dopotutto la loro performance del 7 giugno era chiaramente un dato anomalo, gonfiato da contributi esterni – della sinistra radicale, dei kemalisti – per assicurarsi che passassero lo sbarramento e negassero all’AKP una super-maggioranza, mentre il 10,7% è un dato che meglio rispecchia la loro forza elettorale. Dal canto suo, nonostante i toni decisamente ammorbiditi e il possibilismo riguardo l’ipotesi di una futura coalizione, il CHP continua a mostrare la propria inadeguateza nel proporre un’idea alternativa di Turchia, una strategia di cambiamento.

Le chiavi della vittoria dell’AKP
Ma Davutoglu, premier e leader del partito, ha vinto non solo perché l’AKP è stato di nuovo percepito come garante di stabilità e antidoto alla rinnovata violenza del PKK, perché ha saputo rimobilizzare – con l’obiettivo chiaro e condivisibile di un nuovo governo monocolore – il proprio elettorato che aveva perso il necessario entusiasmo, ma anche perché Erdogan ha finalmente assunto un ruolo defilato – niente più comizi, niente più frasi sprezzanti – e più adatto alla sua nuova carica di statista e non più di politico, e perché il progetto presidenziale è stato messo in secondo piano (i numeri per realizzarlo in ogni caso non ci sono). Meno spregiudicatezza, più ragionevolezza.

 

Il premier turco, nel suo primo discorso dal balcone della sede dell’AKP pienamente da vincitore, ha intelligentemente adottato toni conciliatori e non trionfalistici: ha infatti fatto appello alle altre forze politiche parlamentari a scrivere insieme una nuova Costituzione, a lavorare insieme per eliminare “tensioni, conflitti e polarizzazione”. Rimane da capire come la nuova maggioranza parlamentare tradurrà in azioni concrete questi buoni propositi, come il nuovo governo affronterà la crisi siriana e la questione curda (riprenderanno i negoziati di pace col PKK?), se indipendentemente da iniziative in materia costituzionale (cosa ne sarà del presidenzialismo?) verrà ripreso il cammino riformistico con interventi strutturali in economia e il ripensamento del sistema elettorale e della legge sui partiti. La democrazia turca ieri ha vinto, sì: ma ha ancora disperato bisogno di essere consolidata, col contributo di tutti.

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