Macron Fayez al-Sarraj
Esteri

Perché la Francia ha escluso l’Italia dai negoziati sul futuro della Libia

Il ruolo sempre minore di Roma nella crisi libica e l'assenza di obiettivi politici alla base dell'assenza dall'incontro tra al-Serraj e Haftar

I due principali rivali nella crisi libica, Fayez al-Serraj e Khalifa Belqasim Haftar - che rappresentano rispettivamente la Tripolitania e la Cirenaica - si sono incontrati con il presidente francese Emmanuel Macron nel pomeriggio di martedì 25 luglio presso Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi.

I due contendenti alla leadership del Paese nordafricano sostanzialmente hanno convenuto su una roadmap definita da Macron “storica”: Serraj e Haftar si dicono pronti ad adottare da subito un cessate-il-fuoco nel Paese e a organizzare il prima possibile elezioni politiche in entrambe le regioni da loro controllate per dare un assetto politico-istituzionale unitario alla Libia.

Il vertice bilaterale ha fatto scalpore non tanto per la presenza contemporanea dei due al tavolo delle trattative - Serraj e Haftar sono acerrimi nemici e non riconoscono le rispettive autorità sulla Libia, ma si sono già incontrati ad Abu Dhabi lo scorso maggio - quanto per lo strappo diplomatico di Parigi, che non ha coinvolto l’Italia nella trattativa.

Uno strappo dovuto al sempre diminuito ruolo di Roma a partire dalla crisi libica iniziata dopo la caduta di Gheddafi nell’ottobre del 2011 e proseguito con l’infelice scelta di sponsorizzare proprio Fayez al-Serraj, che è stato sì investito del ruolo di capo del governo dalle Nazioni Unite, ma che nella capitale Tripoli non ha mai avuto un potere reale ed è rimasto sempre sotto scacco delle milizie islamiste. Le quali che rispondono solo a se stesse e alle opportunità che la guerra ha dato loro.

Roma, inoltre, ha gestito la transizione politica e la guerra civile libica seguendo un doppio binario: le trattative ufficiali (siamo l’unico Paese occidentale ad aver riaperto l’ambasciata a Tripoli lo scorso gennaio, tuttora funzionante) e quelle gestite dall’ENI (l’ente nazionale idrocarburi) che si alimenta di una diplomazia parastatale e personalissima legata ai rilevanti interessi economici dell’azienda in Libia, non sempre coincidenti con gli obiettivi strategici e politici di Roma.

L’assenza di un obiettivo politico

Il punto è però che Roma di obiettivi politici non ne ha. O non ne ha di chiari. Certo, l’agenda ufficiale parla della volontà di risolvere la crisi dei migranti, che arrivano sulle nostre coste proprio dalle coste libiche dove la criminalità organizzata ha in mano l’esclusiva sulla tratta di esseri umani.

Poi, c’è la necessità di combattere il terrorismo islamico (l’Isis ha occupato alcune città libiche strategiche come Sirte, per un periodo). Terzo, ma non in ordine d’importanza, ricomporre l’unità nazionale e instaurare una democrazia.

Tuttavia, queste sono per lo più linee generali che di cui si discute tra Palazzo Chigi e la Farnesina, ma non assomigliano affatto a un piano organico ben strutturato, né qualcosa di simile è stato coordinato a tempo debito tra la diplomazia ufficiale, i servizi di sicurezza e gli agenti d’influenza. Un errore fatale per l’Italia, dovuto banalmente a scarsa capacità d’analisi e previsione.

L’Italia, infatti, non è una potenza mondiale. È una potenza regionale particolarmente privilegiata dalla geografia, che ha sempre trovato nel Mar Mediterraneo la sua naturale vocazione e la sua principale risorsa economica. Che oggi è, anzitutto, l’energia. Dunque, Libia.

La tutela di una simile posizione strategica, però, passa inevitabilmente per una politica aggressiva, considerato che tutti gli altri attori che si affacciano sul Mediterraneo sono Paesi agguerriti o instabili. La Francia rientra nella prima categoria.

Per tale ragione, l’aver lasciato che Parigi s’intestasse la partita decisiva per la Libia oggi, contemporaneamente a un esodo biblico di migranti (dove la connivenza franco-tedesca in seno all’Unione Europea ha pesato non poco nell’isolare Roma), ha intaccato la nostra forza negoziale presso chiunque.

Un grave errore di valutazione

Non in uno dei dossier critici del Mediterraneo i nostri numerosi governi (ed è tutta qui la nostra debolezza) hanno ottenuto più della sufficienza in pagella. A cominciare proprio dalla gestione dei migranti che, da un lato, ha inferocito l’opinione pubblica italiana contro le istituzioni, più per la disorganizzazione dimostrata in verità che per sentimenti xenofobi.

Dall’altro, a ovest di Tripoli la criminalità organizzata ha creato un’industria fiorente, fidando del fatto che Roma non avrebbe mai attivato una spedizione para-militare per sgominare quel mercato illecito. Così è stato, e lamentarsi oggi con l’UE ci fa solo assaggiare il sapore della sconfitta.

Aver puntato su Fayez al-Serraj per risolvere il caso Libia conferma che si è scelto di dare fiducia a milizie e potentati locali, che non v’è dubbio domani saranno incapaci d’intavolare un negoziato serio e tantomeno potranno esprimere un concetto di governo e parlamento, perché non è mai stato un loro obiettivo.

La scelta di Parigi

Parigi, invece, ha scelto la via delle armi e, dopo aver aggredito il Paese, ha scommesso su un generale al comando di un esercito. Uno che vorrebbe riprodurre in piccolo l’esperienza del presidente del vicino Egitto, che anche per questo motivo lo supporta (e non è poco).

Inoltre, in questo modo i francesi hanno messo un freno a Mosca, che dopo la Siria non disdegnerebbe di mettere un piede anche in Africa.

La scelta strategica di Parigi, tuttavia, non si è dimostrata migliore di quella italiana. Si è solo seguita una logica di potenza, grazie al fatto che in Francia interessi pubblici e privati convergono sempre.

La responsabilità dell’implosione della Libia resta comunque francese: la scellerata decisione dell’ex presidente Sarkozy di aprire la Libia a massicci investimenti francesi deponendo il “freno” Gheddafi non ha però portato i risultati che si attendevano anche britannici e americani, suggestionati dalle certezze propugnate da Sarkozy di poter imporre un nuovo ordine libico attraverso un protettorato anglo-francese, e perciò coinvolti a pieno titolo nella destituzione del colonnello.

Ora che il disastro è compiuto, le aziende francesi possono comunque tentare di scippare all’Eni la leadership in Libia e l’enorme bacino d’idrocarburi che giace nel sottosuolo e nei recessi marini antistanti le coste libiche, attraverso le concessioni che otterrà dall’uomo che la Francia sostiene. Il quale in cambio difficilmente si accontenterà di un ministero della difesa.

Così come Serraj e chi rappresenta non cederanno facilmente il potere acquisito né si piegheranno per qualcosa di meno di un accordo estremamente vantaggioso.

Una partita incerta

La partita, insomma, è aperta. Ma se da un lato Eni ha l’esperienza e la capacità per resistere alle mire espansionistiche di Parigi e alla sua concorrenza sleale (generatasi ben prima della caduta del rais libico), è molto difficile lottare quando l’endorsement politico è così ampio da comprendere - oltre all’Eliseo - anche il Cairo, Londra e Washington. Per quanto riguarda la posizione di Mosca, il cui ruolo nel Mediterraneo si va espandendo, per adesso è quantomeno ambigua circa la Libia.

Parigi, insomma, ha tessuto una fitta trama di alleanze militari che si sostanziano di una serie di accelerazioni sul campo volte forzare la mano progressivamente, mentre sul piano internazionale ha oscurato l’Italia grazie all’ascesa di Emmanuel Macron, intorno a cui si saldano poteri forti e ambizioni neo-imperialiste. Anche se il futuro libico non si potrà risolvere con la forza, intanto Parigi ha schierato un esercito, e Roma no. Ma soprattutto Parigi ha attrezzato un piano, mentre Roma no.

Infine, anche se la storia non è dalla sua parte - la Libia resta uno stato fallito, quasi impossibile da ricomporre - un tentativo concreto d’imporre un protettorato francese su Tripolitania e Cirenaica verrà fatto.

Lasciando giusto le briciole all’Italia, per evitare d’incorrere in una crisi diplomatica tra i nostri due paesi. Roma come ha intenzione di rispondere a questo palese affronto? Quale contromossa si sta studiando a Palazzo Chigi? La presenza di Serraj a Roma di oggi non è una risposta.

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