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Esteri

L'intervento di terra americano in Siria e Iraq? Poco credibile

Il quotidiano kuwaitiano Al Seyassah parla di un contingente pronto a intervenire a Anbar contro l'Is. Ma mancano le condizioni perché ciò accada

Secondo il quotidiano kuwaitiano Al Seyassah, un contingente di 2.300 soldati delle forze di reazione rapida degli Stati Uniti sarebbe pronto a intervenire nella regione irachena di Anbar contro lo Stato Islamico (IS). La notizia, tuttavia, è da verificare e pare più una speranza coltivata dalle forze moderate della regione che l’annuncio di un grado superiore di coinvolgimento americano nella grande guerra del Medio Oriente.

Risulta, infatti, difficile credere che le truppe americane possano intervenire in quest’area, secondo queste modalità e con questi numeri esigui, soprattutto dopo che il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato il suo categorico “no” all’intervento di terra. Vero è che Obama ci ha abituati a repentini cambi di posizione e che la situazione sul campo si fa di giorno in giorno più difficile, tanto in Iraq quanto in Siria. Anche perché per agire con efficacia in questi due Paesi - se ancora è possibile considerarli tali - si richiedono grandi strategie e alleanze impegnative che sinora non abbiamo visto concretizzarsi.

La campagna d’Iraq

Per quanto riguarda l’Iraq, si è detto che truppe USA mediterebbero l’ingaggio di un conflitto nell’area di Anbar. Anbar è considerata la più grande provincia del Paese e qui si trovano, tra le altre, le città strategiche di Ramadi e Falluja (cadute sotto il controllo dell’IS già dall’inizio del 2014) oltre alla preziosa diga di Haditha, oggetto di violenti bombardamenti americani nelle ultime settimane, finalizzati a scongiurare il pieno controllo della diga da parte dei miliziani.

Quest’area, in gran parte desertica, rappresenta inoltre uno snodo molto importante per le operazioni di terra, non solo per via della prossimità con il confine siriano, ma anche per quello giordano. La Giordania, infatti, è tra i prossimi obiettivi dichiarati dallo Stato Islamico, insieme al Libano. Tuttavia, questi nuovi fronti sono lungi dall’essere aperti e per adesso le dorsali lungo cui si combatte - e su cui si è innestata tutta la campagna militare dello Stato Islamico - sono principalmente i confini naturali dei fiumi Tigri ed Eufrate. Lungo il Tigri si trova Mosul, capitale irachena dell’IS conquistata questa estate, e una delle direttrici per raggiungere la capitale Baghdad.

Sinora, però, Baghdad è stata scossa soltanto da attentati e qui l’esercito iracheno può contare su una logistica pienamente funzionante, sulla presenza di forze americane e sul distretto di Sadr city, roccaforte sciita impenetrabile tanto per gli americani quanto per i sunniti. Prima di muovere guerra alla capitale, infatti, i miliziani sunniti dovranno sigillare il confine con il Kurdistan iracheno, nel nordest del Paese - contro il quale hanno rivolto numerosi sforzi senza che una delle parti riuscisse a prevalere nettamente sull’altra - e riunire tutte le forze sunnite in un patto per la definitiva affermazione in tutto il nord del Paese. Solo allora gli uomini del Califfato potranno dare avvio alla battaglia per la presa Baghdad. Impresa che, va detto, è destinata a fallire con questi numeri in campo.

La campagna di Siria

Lungo l’Eufrate, invece, che attraversa tanto la Siria quanto l’Iraq, si trova Raqqa, capitale siriana dell’IS e centro di comando delle operazioni. Il corso del fiume lambisce anche Deir ez Zor e Abu Kamal, prima di sfociare in territorio iracheno. Intorno a queste località si è concentrata una buona parte degli strike americani e si è combattuto furiosamente, anche qui senza grandi successi di nessuna delle parti. Il che, tuttavia, va in favore dell’IS.

La battaglia al confine turco e l’ingresso nella cittadina di Kobane da parte delle milizie dello Stato Islamico in Siria - notizia di queste ore - non aiuta a districare la matassa delle incertezze che la coalizione internazionale ha tessuto intorno a un intervento contro le truppe del Califfato. Consolidare la presa di Kobane permetterà, infatti, allo Stato Islamico di marciare direttamente su Aleppo, la seconda città della Siria. La sua conquista definitiva metterebbe una seria ipoteca sulla permanenza dell’IS nel nord del Paese e minaccerebbe direttamente anche il Libano, che sarebbe così accerchiato da nord e da sud.

Le forze dell’IS ad oggi non sembrano in grado di raggiungere tali obiettivi, ma l'inerzia della Turchia, il cui confine è a soli cinquecento metri da Kobane, preoccupa. Sembra infatti che Ankara, nonostante tutto, non abbia alcuna intenzione di attaccare frontalmente le milizie sunnite. Ne consegue che lo Stato Islamico è lasciato libero di espandersi. Inoltre, il patto con i jihadisti di Jabhat Al Nusra, la più grande organizzazione militare presente oggi in Siria che lotta contro il regime di Assad, per adesso tiene. Il successo di questa alleanza, infatti, ha consentito a IS di compiere notevoli progressi e di non dover aprire una guerra fratricida tra milizie sunnite. Anche se numerose altre brigate e forze paramilitari operano in Siria contro Assad, esse non influiscono quanto Al Nusra e IS. Le forze del regime siriano possono perciò fare affidamento al solo esercito regolare e ai miliziani sciiti libanesi di Hezbollah (dietro i quali opera anche l’Iran).

Lo Stato Islamico, dunque, anche qui dovrà unire le altre forze ribelli, se vorrà raggiungere Damasco e assicurarsi il dominio dell’intero Paese.

Lo stato dell’arte

I raid aerei americani e degli altri alleati sono un pallido tentativo per l’Occidente e per le forze arabe moderate di lavarsi la coscienza di fronte a una catastrofe umanitaria iniziata ben prima della comparsa del Califfato, cui oggi si sommano le atrocità di guerra degli uomini di Al Baghdadi e i nuovi inevitabili bagni di sangue, che preludono a una guerra di lungo corso. È evidente a tutti, ormai, soprattutto dopo la caduta di Kobane, che le bombe calate dal cielo non sono sufficienti. Barack Obama avrebbe invece una possibilità che capita poche volte nella storia. Potrebbe in un solo colpo riunire intorno a sé la Russia di Vladimir Putin e l’Iran degli Ayatollah, entrambi sponsor di Bashar Al Assad, e insieme promuovere una campagna militare vittoriosa che il presidente americano potrebbe intestarsi. Con queste forze, schiacciare lo Stato Islamico non sarebbe un problema.

Questo segnerebbe un incredibile passo in avanti nelle relazioni diplomatiche tra Occidente e Oriente, tra USA e Russia, tra potenze nucleari e potenziali clienti dell’atomica. Sarebbe un risultato cruciale per il progresso dell’intero Medio Oriente, in grado di cancellare l’estremismo sunnita dalla mezzaluna fertile, con inevitabili ripercussioni positive anche in Nord Africa e, forse, finanche nelle relazioni tra Israele e Palestina.

Senza considerare il fronte eurasiatico e il conseguente disinnesco della bomba a orologeria accesasi in Ucraina. Una nuova alleanza vergata dalla diplomazia, dunque, che avvicinerebbe Washington e Mosca come mai prima e che permetterebbe alla Mesopotamia di conoscere un nuovo corso (senza necessariamente vedersi imposta la democrazia). Ma questo purtroppo non succederà. Per la scarsa volontà delle parti, per l’insipienza dell’attuale Amministrazione USA, per gli interessi dei Paesi mediorientali direttamente coinvolti e perché, non dimentichiamolo, questa è una guerra che riguarda anzitutto il Medio Oriente, profondamente diviso dall’odio tra sunniti e sciiti. Da loro, quindi, prima che da chiunque altro, dipendono la pace e il futuro del Califfato Islamico.

   

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