La solitudine di Barack Obama (sulla Siria)

Sull'attacco alla Siria, il presidente è sempre più isolato. Al G20 molta freddezza. E lo spettro di un no del Congresso aleggia sulla Casa Bianca

Barack Obama (Ansa/Jim Lo Scalzo)

In Russia, Barack Obama si aspettava il gelo di Vladimir Putin, ma non lo schiaffo di Svetlana Gannushkina. Che gli ha fatto molto male. Perché lei è una delle più importanti attiviste per i diritti umani a Mosca ed ex candidata al Premio Nobel per la Pace. Doveva incontrare il presidente americano ai margini della riunione del G20 a San Pietroburgo, ma il faccia a faccia è saltato. Non per il continuo spostamento di date, che ha dato il via a un balletto logistico sull'incontro. La Gannushkina ha postato su Facebook il testo della lettera che ha inviato all'ambasciata statunitense a Mosca con la quale spiega i motivi per cui ha deciso di non incontrare Obama. E sono politici. Riguardano la Siria.

"Egregio Sig. Presidente, ho grande rispetto per il grado di responsabilita' per il destino del mondo dimostrato dal governo degli Stati Uniti a nome del proprio popolo - ha scritto - Allo stesso tempo, sono convinta che le operazioni militari aeree che portano alla morte di nuove vittime tra la popolazione civile non sono la migliore manifestazione di questa responsabilita. Vi esorto a non moltiplicare il male, e rinunciare all'idea di un'azione militare in Siria". Per Obama, una brutta sorpresa. Vedere una pacifista, un'oppositrice di Vladimir Putin (il grande sponsor di Bashar al- Assad), che si rifiuta di incontrarlo, non è certo una bella pubblicità per la causa della Casa Bianca contro il regime di Damasco. 

 Il freddo di San Pietroburgo

Barack Obama appare molto solo. Sia in America, sia nel mondo. Non puntava molte fiches sul vertice del G20, non pensava che avrebbe avuto chissà quale appoggio, ma sperava almeno di ottenere una comprensione che, invece, non è arrivata. Il padrone di casa, Vladimir Putin - che lo ha accolto con un'imbarazzata stretta di mano - non ha avuto molte difficoltà a tessere la sua tela per evitare che ci fosse un cambiamento di equilibri. Solo Francia, Turchia e Arabia Saudita si sono presentati alla riunione russa con un si all'intervento militare in Siria.

Il fronte non si è allargato, nonostante gli sforzi di Obama di mettere sotto la prospettiva di una minaccia internazionale (e non solo per l'America) l'utilizzo di armi chimiche. Le posizioni non sono mutate. I paesi contrari al blitz non hanno cambiato idea; così come non l'hanno fatto coloro che, pur dimostrando solidarietà a Obama, hanno ribadito che farebbero parte della coalizione solo se le operazioni militari fossero sotto l'egida dell'Onu.

Il presidente americano non ha guadagnato terreno. Il senso di solitudine che circonda la Casa Bianca sulla questione siriana è emerso con grande forza quando il Dipartimento di Stato, sollecitato dai giornalisti, ha reso noto l'elenco dei paesi che appoggiano ufficialmente gli Usa in questa avventura. Sono (solo) nove: Albania, Australia, Danimarca, Francia, Turchia, Polonia, Romania, Canada, Turchia e Kosovo.

A questi, poi, si devono aggiungere i paesi del Golfo Persico che aiutano l'Esercito Libero Siriano e le altre formazioni militari contro Bashar al-Assad e che, secondo John Kerry, si sarebbero offerti di finanziare le operazioni belliche americane in Siria. Rimangono fuori da questo elenco i grandi paesi dell'Europa (a parte la Francia e dopo il no del parlamento di Londra), quelli delle economiche sudamericane e asiatiche emergenti, la Russia e la Cina (che bloccheranno ogni risoluzione alle Nazioni Unite).

Se poi si conta anche l'azione diplomatica di Papa Francesco (con la sua esortazione al G20 a non rimanere inerti di fronte alle strage di innocenti, ma con il suo netto no all'uso delle armi), si vede come la Storia abbia fatto un giro di 360 gradi rispetto ai tempi di Bush (quando Giovanni Paolo Secondo si schierò contro la guerra in Iraq), come ora che è presidente e comandante in capo, sia il turno di Barack Obama ad essere isolato a livello internazionale, imprigionato in un ruolo (il riluttante e solitario guerriero) che probabilmente non avrebbe mai pensato di dover recitare. Ed è un isolamento (globale) che si deve sommare a quello che vive anche negli Usa. Con un Congresso molto riottoso a concedere il nulla osta per l'attacco.

La roulette del Congresso

Peggy Noonan, una delle più seguite columnist del Wall Street Journal, non poteva essere più ficcante nel titolo del suo ultimo commento per spiegare il no dell'America all'attacco: Siria e Obama, il momento sbagliato, il luogo sbagliato, il piano sbagliato e l'uomo sbagliato. Giudizio più impietoso non poteva esserci. Come, allo stato attuale, sono impietosi anche i numeri di cui può disporre il presidente al Congresso.

Il sito ThinkProgress ha fatto un conteggio : sono 44 i si sicuri alla mozione sull'uso della forza, 172 i voti incerti e 217 quelli contrari. Se si dovesse votare ora, per Obama sarabbe una Waterloo. Lo dice anche Politico, la rivista on line così addentro alle segrete cose del Palazzo di Washington. In questo momento, la Camera dei Rappresentanti boccerebbe l'intervento armato. L'alleanza tra repubblicani isolazionisti, Tea Party e democratici pacifisti e liberal farebbe affondare la strategia di Obama. Al Senato andrebbe meglio, ma anche lì, il voto è molto incerto.

E'per questo motivo che Barack Obama - anche dalla Russia - sta telefonando personalmente ad alcuni parlamentari, mentre gli altri membri del suo gabinetto, rimasti a Washington stanno facendo lo stesso. L'opera di lobbying sarà incessante fino all'ultimo. Se la mozione dovesse essere rigettata dal Congresso, per Obama sarebbe una debacle politico, così grave da condizionare i suoi prossimi tre anni alla Casa Bianca.

Di fatto, sarebbe costretto a rinunciare alla sua politica estera e dovrebbe concentrarsi solo sui fatti interni. Non avrebbe più agibilità e credibilità politica per agire a livello internazionale. Ma anche se le mozioni dovessero passare per lui ci sarebbe un problema, minore, ma pur sempre un problema: sarebbe nelle mani dei repubblicani, diventati indispensabili per far approvare ogni importante provvedimento.

Comunque vada, Obama perderà qualche cosa. Anche rispetto all'opione pubblica statunitense, contraria all'ennesima guerra. E, le notizie secondo cui la Casa Bianca avrebbe chiesto al Pentagono un elenco più lungo di obiettivi militari siriani da colpire per indebolire Bashar al- Assad, non faranno altro che alimentare la preoccupazione e l'avversione dell'americano medio rispetto alla sua scelta. Secondo tutti i sondaggi solo un terzo degli americani sarebbe d'accordo con l'attacco.

Sul fronte del consenso interno, Obama cercherà di recuperare terreno. Rientrato dalla Russia dovrebbe tenere un discorso alla Nazione che verrà mandato in onda dai principali canali televisivi. Parlando a milioni di persone, Obama tenterà così di uscire dall'isolamento in cui si trova, cercherà di convincerli che la sua è una scelta giusta per la sicurezza degli Stati Uniti. Riuscirà in questo modo a sconfiggere la sua solitudine?

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