Military operation against IS
Esteri

Iraq, la vittoria contro lo Stato Islamico si decide a Tikrit

Baghdad volta le spalle a Washington e avvia le operazioni belliche. La campagna è iniziata, ma le incognite sono numerose

Tempi duri per lo Stato Islamico. La controffensiva dell’esercito di Baghdad per liberare il nord dell’Iraq dall’occupazione delle milizie dell'Isis è già cominciata, nonostante le resistenze americane. La questione sta diventando un caso. A fine febbraio, infatti, il comando centrale del Pentagono (Centcom) che gestisce le operazioni in Siria e Iraq aveva improvvidamente annunciato in conferenza stampa i particolari di un’operazione che avrebbe visto, tra aprile e maggio, 25mila soldati iracheni avanzare con l'appoggio aereo Usa verso Mosul, capitale dello Stato Islamico. 

 


“Si è trattato di un clamoroso errore” è stato il commento del ministro della Difesa americano, Ashton Carter, alla commissione Difesa del Senato. Carter è furioso con gli ufficiali del briefing che hanno assurdamente svelato la strategia americana e ha annunciato un'inchiesta per accertare le responsabilità interne.

Qualcuno ha sostenuto che il briefing fosse funzionale ad avvisare la popolazione sunnita soggetta al controllo dello Stato Islamico, nella speranza di alimentare defezioni e rivolte contro i miliziani sunniti. Al contrario, c’è chi pensa - come Carter - che sia semplicemente stata una sortita dettata dalla stupidità. 

In seguito a quell’annuncio, infatti, i jihadisti hanno iniziato i preparativi per la difesa delle città in mano all’ISIS e numerose fonti segnalano costruzioni a ritmo serrato di trincee, bunker e campi minati per rallentare il più possibile l’avanzata nemica. Lo Stato Islamico avrebbe già fatto saltare numerosi ponti e minato strade e fabbricati ritenuti snodi strategici.


L’assedio di Tikrit

Ma, a parte ciò, il vero imbarazzo per il Pentagono proviene dalla decisione del governo di Baghdad di avviare subito la controffensiva. Bypassando gli accordi e mortificando il coordinamento americano, l’alto comando iracheno ha accelerato e riunito oltre diecimila truppe, puntando sulla città sunnita di Tikrit, città natale di Saddam Hussein, oggi baluardo dell’ISIS e a metà strada tra Baghdad e Mosul.

I combattimenti sono già iniziati nonostante il parere negativo del Pentagono, secondo cui l’addestramento delle truppe irachene non è ancora terminato e un attacco con queste forze è prematuro. Tuttavia, l’imbarazzo maggiore per gli USA proviene dal fatto che la grande campagna di primavera progettata proprio dal Pentagono è in mano all’Iran. Il generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane, il leggendario Qassem Suleimani, è infatti atterrato nella prima settimana di marzo all’aeroporto fuori da Tikrit insieme alle sue truppe scelte Al Quds, l’élite dei pasdaran. 

Sarà lui in persona a dirigere la campagna di terra e coordinare le truppe sciite impegnate nella riconquista del Paese, scalzando così dal ruolo di protagonisti nell’offensiva anti-ISIS sia gli americani sia le milizie curde che avevano resistito così fieramente a Kobane e segnato altri importanti risultati sul campo, respingendo quasi ovunque i miliziani sunniti.


Il dilemma politico

Questo è un doppio smacco per Washington. Permettere all’Iran di allearsi con l’Iraq e mettere ufficialmente i piedi nel grande conflitto mediorientale non può far certo piacere a Israele, ma neanche alla Giordania e, soprattutto, all’Arabia Saudita. Così come la marginalizzazione dei curdi potrebbe essere il preludio per future turbolenze e rivendicazioni politiche dei vari Kurdistan. Secondo le valutazioni di Baghdad, la sconfitta dello Stato Islamico dovrebbe indurre i ribelli e più in generale l’intera popolazione sunnita a sottomettersi definitivamente ai diktat del potere centrale sciita, e contemporaneamente dovrebbe marginalizzare il ruolo del popolo curdo che, una volta finita la guerra, pretenderà sicuramente di sedere al tavolo dei vincitori con una lista precisa di richieste.

Insomma, gli Stati Uniti hanno investito miliardi nei bombardamenti e nell’addestramento delle truppe irachene per poi assistere a un palese voltafaccia di Baghdad, che gli ha preferito gli sciiti di Teheran. Questo non è solo l’ennesimo episodio di doppiezza che Washington colleziona in Medio Oriente e non è solo una bocciatura totale della politica indecisa e incerta della Casa Bianca. Tutto questo è il preludio del caos politico-diplomatico che seguirà la guerra, con grave incertezza per la sorte dei sunniti.

Il fattore tempo e il fattore meteo 

La battaglia per Tikrit deciderà con ogni probabilità il futuro della guerra e delle alleanze nella regione. Se l’ambiziosa operazione di Baghdad avrà successo e Tikrit verrà espugnata in tempi ragionevoli, raggiungere Mosul, cuore del potere del Califfato, sarà allora alla portata delle truppe irachene e iraniane. Entrare a Tikrit, insomma, significa ipotecare la vittoria finale e certo questa sconfitta minerebbe il morale delle forze residue dello Stato Islamico in Iraq. Baghdad spera perciò di chiudere la partita entro l’estate. 

Se il fattore tempo in questa guerra è tutto, vi è anche una ragione prettamente metereologica all’origine dell’attacco. Ed è questa la ragione principale che ha spinto i vertici militari a dare un’accelerazione improvvisa alle operazioni: combattere in marzo in Iraq, infatti, non è la stessa cosa che farlo in maggio e giugno, quando le temperature possono superare anche i 40 gradi, rallentando non poco i movimenti delle truppe e costringendole a combattere durante la notte, a causa del caldo insopportabile. Un fatto con cui anche gli americani si sono dovuti scontrare nella passata guerra irachena, ma di cui non hanno fatto evidentemente tesoro. Mentre gli iracheni, che ben conoscono il loro Paese, sanno esattamente di cosa parlano.

Il fronte di guerra

Tuttavia, se i diecimila uomini non dovessero espugnare Tikrit, la loro strategia perderà di significato e si apriranno nuovi imprevedibili scenari. Non scordiamoci che questo è lo stesso esercito che si è sgretolato nell’estate scorsa di fronte all’avanzata delle truppe del Califfato. Ad oggi, 7 marzo 2015, si combatte già da una settimana ma le notizie secondo cui la città sarebbe sotto assedio e l’esercito avrebbe già circondato la città, attestandosi su entrambe le sponde del fiume Tigri e intorno all’aeroporto fuori della città, confliggono con altre dichiarazioni dei generali iracheni, che sostengono di essersi attestati ad Al Dour, a 27 chilometri da Tikrit. 

Sia come sia, il governo di Baghdad farà meglio a conquistarla entro la primavera se non vuole passare i prossimi anni a ricordare questa battaglia come la propria personale Waterloo. E per chi spera che la strada verso Mosul sia tutta in discesa, dimentica che lo Stato Islamico ha un’altra capitale, Raqqa, che si trova in un altro Paese, la Siria, dove nulla è scontato.

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