Barack Obama è peggio di Richard Nixon?

Lo scandalo delle intercettazioni dei cronisti dell'Associated Press è una "bomba atomica". Parola di Carl Berstein

Barack Obama (Ansa/Andrew Herrer)

Lui è uno che di scandali presidenziali se ne intende. Seguendo la pista del Watergate, con Bob Woodward arrivò fino a Richard Nixon. Se Carl Berstein dice che le intercettazioni dei giornalisti dell'Associated Press disposte dal Dipartimento della Giustizia sono una "bomba atomica" c'è da credergli. Perché, come dice l'ex cronista del Washington Post, non sono un incidente di percorso, ma il frutto di una politica della Casa Bianca di Barack Obama nei confronti delle fughe di notizie. Stroncarle. "L'obiettivo - ha detto Berstein in una intervista televisiva - è quello di intimidire le fonti anonime, impedire che parlino con i giornalisti e rivelino fatti riguardanti l'amministrazione". Dietro "l'Affare Ap", dicono in molti ora negli Usa, c'è in ballo la Libertà di Stampa. "Per questo - aggiunge - quello che è successo è un oltraggio ed è ingiustificabile."

Barack Obama è ora sul banco degli imputati, l'Attorney General Eric Holder è sulla graticola e già sono in molti a chiedere che dia le dimissioni. Per ora, sono loro due dalla parte della legge. Per due mesi, le telefonate tra i cronisti dell'Associated Press, la più importante agenzia di stampa statunitense, e le loro fonti sono state ascoltate e trascritte, le sedi di New York e di Washington messe sotto controllo. Le intercettazioni sono state decise nell'ambito di un'inchiesta avviata dal Dipartimento della Giustizia dopo uno scoop dell'Ap del maggio 2012: la rivelazione dei dettagli su di un'operazione della Cia in Yemen per sventare un attentato di Al Qaeda che voleva fare esplodere un aereo cargo in volo, diretto negli Usa.

L'Ap non ne sapeva nulla. Se è stato spiccato un mandato da parte di un giudice, i vertici dell'agenzia di stampa non ne eranoa conoscenza, come sarebbe stato loro diritto. Per questo, ha detto Gary Pruitt, il presidente dell'Associated Press, "le informazioni avute dal governo vanno ben oltre da ciò che sarebbe giustificato da una singola indagine giudiziaria". Per questo, la Casa Bianca è ora nel più totale imbarazzo. Alla raffica di domande dei cronisti nel quotidiano briefing in sala stampa, il portavoce ha risposto con una serie di no comment.

Ma, al di là dell'illegalità commessa più o meno dal Dipartimento di Giustizia (fatto comunque non certo secondario, ma anzi importantissimo), la questione in questo caso è la tendenza, la quasi ossessione da parte dell'Amministrazione Obama a voler tenere sotto controllo i media che possono avere notizie riservate riguardanti il governo degli Usa. "E'evidente che questa politica intende mettere fine a qualsiasi fuga di notizia rispetto a temi delicati come la sicurezza nazionale, un settore dove l'esecutivo tende a nascondere quello che fa, mentre invece, l'opinione pubblica ha il diritto di sapere." - aggiunge Carl Bernstein.

Da quando è alla Casa Bianca, Barack Obama ha aperto sei procedimenti contro funzionari o ex funzionari governativi per la divulgazione di notizie riservate, un numero doppio rispetto alla media dei precedenti presidenti. Tra di loro, c'è anche anche Bradley Manning, il soldato accusato di aver passato migliaia di documenti classificati sulle operazioni belliche in Afghanistan e in Iraq al sito WikiLeaks di julian Assange. Ma, poi ci sono anche casi di cronisti messi sotto inchiesta, come James Risen, l'inviato del New York Times, che ha scritto un libro pieno di rivelazioni sulla recente attività della Cia. Gli è stato chiesto di rivelare le sue fonti e lui si è rifiutato.

L'Affare Ap si inserisce in questo secondo filone. E, visto la vastità delle intercettazioni, può avere una portata "atomica" , come ha ben descritto Bernstein. Non solo fa comprendere quanto sia stato sempre difficile il rapporto tra la Casa Bianca di Obama e i media critici con il presidente, ma soprattutto mette in evidenza quali possano essere i pericoli che, più in generale. corre la stampa negli Usa.

Un'altra voce autorevole, James Goodale, l'uomo che difese il New York Times all'epoca delle Carte del Pentagono, dice che Obama potrebbe arrivare laddove neanche Richard Nixon era riuscito ad arrivare. Non si riiferisce allo Scandalo Watergate, dove l'allora presidente, alla fine, ammise le sue colpe, ma proprio ai Pentagon Papers. Dopo la loro pubblicazione, Nixon, in nome della sicurezza nazionale, tentò di bloccarli con procedimenti legali contro i giornalisti e le loro fonti. Dopo 17 mesi di udienze di un Grand Jury, dopo una vera e propria rivolta da parte di una vasta fetat dell'opinione pubblica che reclamava la libertà di stampa, il presidente decise di non procedere oltre.

Ora, James Goodale si chiede se Barack Obama non sia più pericoloso per la Libertà di Stampa di quanto non lo sia stato Richard Nixon.

Per l'attuale presidente non si tratta solo di una questione di immagine. La sostanza della vicenda è che esiste una volontà di controllo delle informazioni che escono sull'amministrazione. E se si pensa al fatto che su di un altro affare, quello dell'attentato a Bengasi, potrebbero venire alla luce altre circostanze imbarazzanti per il governo, ma soprattutto per Hillary Clinton, possibile candidata nel 2016, appare sempre più evidente che sullo sfondo dello scandalo Ap c'è il Primo Emendamento della Costituzione degli Usa, quello che riguarda la libertà di parola (e di stampa)

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