50 anni dopo, la nuova interpretazione del sogno di King

Le celebrazioni dell'anniversario della marcia su Washington sono culminate con il discorso di Barack Obama. 

Barack Obama alla celebrazione della Marcia su Washington (Ansa/Michael Reynolds)

Cinquantanni fa, Barack Obama era un bambino di due anni che viveva alle Hawaii con la mamma e i nonni. Non ha ricordi personali di quella Marcia su Washington che cambiò i destini degli afro americani. Sa cosa è stata la storia che è stata scritta dopo, conosce quella che ha preceduto quel giorno. Cinque decenni dopo è toccato proprio a lui, primo presidente nero della storia degli Usa, celebrare l'anniversario del discorso di Martin Luther King, ricordare quelle parole che furono la pietra miliare della lotta per i diritti politici e civili. Le parole di King, "I have a dream",  hanno reso più libera l'America. 

Ventinove minuti è durato il discorso di Obama davanti al Lincoln Memorial, dove il King parlò per quei diciassette minuti che cambiarono il corso delle cose. Lo stesso luogo, due uomini a distanza di tempo: la rappresentazione plastica del  lungo viaggio del Sogno, di quel Sogno; un viaggio che simbolicamente si è consumato nell'arco di tempo che va dal momento in cui venne evocato, il 28 agosto del 1963, alla notte di Chicago del 2008, quando Obama venne eletto. 

Ancora in cammino

Il discorso di Obama non è stato solo la celebrazione del Sogno di Martin Luther King, ma anche il tentativo di darne una nuova interpretazione, qui e ora. Molte sono state le conquiste raggiunte, ma molto c'è ancora da fare in un'America dove la questione razziale conta ancora, dove le disuguaglianze economiche e sociali sono ancora marcate, se non addirittura aumentate, dove le opportunità non sono solo una questione di ceto.

Non basta quindi il seppur importantissimo (e simbolico) passaggio storico dell'elezione di un presidente nero per dire che il viaggio sia concluso. Obama l'ha ricordato, parafrasando una nota frase di King: "L'arco dell'universo morale potrà piegare verso la giustizia, ma non si piega da solo. Per garantire ciò che questo paese ha raggiunto è indispensabile esercitare una vigilanza costante, non la compiacenza." ha scandito il presidente.

Adattare a questo Tempo, lo spirito di quel Tempo. La voglia e la necessità di rimanere in marcia per il cambiamento. Per Obama, l'esempio delle migliaia di attivisti che si diedero appuntamento in quella calda giornata estiva di 50 anni fa deve essere (ancora) seguito cinque decenni dopo: "Di fronte alla violenza, si alzarono in piedi e si sedettero con la forza morale della non violenza. Quello era lo spirito che li aveva condotti qui quel giorno. E dato che continuarono a marciare, l'America cambiò. Poiché marciarono, fu approvata la legge sui diritti civili. Poiché marciarono, fu firmata la legge per il diritto di voto. Poiché marciarono, l'America divenne più libera e più giusta. L'America cambiò, per voi e per me."

Un Sogno di giustizia (sociale) che deve ancora vedere la sua realizzazione, che non è e non deve essere solo dei neri d'America, ma di tutti gli americani, ha ricordato Obama: dal ceto medio bianco in declino alle migliaia di immigrati latini che formano ormai una delle più importanti minoranze, dai milioni di giovani disoccupati alle centinaia di migliaia di persone che non possono ancora permettersi l'assistenza sanitaria. 

La Campana della Libertà

Con un tono a tratti da preghiera, ma senza cadere nella tentazione di voler essere profetico, timoroso di confrontarsi con "uno dei cinque discorsi più belli della storia d'America" (come lui stesso ha definito quello del 28 agosto 1963), Barack Obama ha preso la parola alle 15, l'ora in cui parlò Martin Luther King. Poco secondi prima, davanti alle migliaia di persone che da ore affollavano il National Mall, sulla scalinata del Lincoln Memorial, i membri della famiglia di King hanno suonato alcuni rintocchi della Campana della Libertà, la stessa campana della chiesa di Birmingham in Alabama dove, nel 1963, quattro donne nere furono uccise da un ordigno lanciato da un gruppo di razzisti bianchi. 

Alla cerimonia hanno partecipato anche due ex presidenti: Bill Clinton e Jimmy Carter. Anche la loro storia personale è stata cambiata grazie a quelle parole di mezzo secolo fa: "Aprirono le menti, mossero i cuori, ispirarono milioni di persone, compreso un ragazzo di diciassettenne dell'Arkansas che le udì in televisione" - ha detto Clinton, regalando alla folla un ricordo personale di quella giornata. 

Sul palco delle celebrazioni c'erano anche alcuni dei protagonisti di quella stagione di lotta per i diritti civili. Tra di loro, il reverendo Joseph Lowery ("Non torneremo indietro. Siamo andati troppo avanti, pregato troppo, pianto troppo, siamo morti troppo giovani per tornare indietro in questo nostro desiderio di giustizia.") e Andrew Young ("Non siamo qui per dichiarare vittoria, ma per dire che la nostra battaglia va avanti.")

Cinquanta anni dopo l'America ha visto il Sogno, ma non l'ha ancora realizzato del tutto. La marcia continua.  

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