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Barack-Aung, la nuova Asia

Il primo viaggio all'estero dopo la rielezione del presidente lo ha portato ad incontrare l'icona dei diritti civili e politici in Asia: Aung San Suu Kyi, la leader della lotta per la democrazia in Birmania. Gli Stati Uniti di Obama guardano al loro futuro ruolo nel continente della nuova potenza mondiale: la Cina

Ansa

Vederli insieme, uno accanto all'altro, lei elegante, minuta, esile, ma, allo stesso tempo, con la statura e l'imponenza del personaggio che ha fatto la Storia, e lui, alto slanciato, sorridente, e con la stesso tratto storico scritto sulla sua biografia, era impensabile fino a pochi mesi fa. Ma, i tempi sono cambiati e Barack Obama è andato a Rangoon per incontrare Aung San Suu Kyi, la leader della lotta per la democrazia e i diritti in Birmania.

Due Premi Nobel per la Pace, due icone mondiali, due personaggi simbolo di una Storia che avanza: un incontro che ha emozionato non solo le le migliaia e migliaia di cittadini birmani che per ore hanno atteso l'arrivo di Obama di fronte alla casa in cui Aung San Suu Kyi è stata tenuta prigioniera per 15 anni, ma che ha coinvolto tutti coloro che hanno seguito questa storica stretta di mano tra i due.

Il saluto tra il primo presidente degli Stati Uniti in carica a recarsi nel paese che ha visto la più feroce dittatura militare degli ultimi decenni e la donna che ha lottato contro i generali despoti, è stato il compimento di un lungo percorso verso le riforme politiche e, forse, la spinta per permettere al paese asiatico di fare gli altri passi necessari per arrivare alla meta. L'abbraccio tra Aung San Suu Kyi e Hillary Clinton è stato il suggello, il riconoscimento di quanto sia stato importante il ruolo e l'appoggio dell'amministrazione Obama per arrivare al punto in cui siamo, alle seppur parziali, ma indubbiamente molto significative aperture della giunta.

Davanti a Barack Obama, il Premio Nobel birmano non ha nascosto le difficoltà che riserva il futuro: "Ci attendono anni difficili. In questo momento non dobbiamo essere ingannati dal miraggio del successo". Sono parole che indicano il timore che i successi ottenuti, possano essere messi in dubbio, se non addirittura cancellati dai possibili colpi di coda dei militari, lesti a togliere l'uniforme per indossare gli abiti civili quando la situazione (internazionale) lo impone (sanzioni, isolamento), ma pronti a indossarla di nuovo se il quadro cambiasse.

Obama ha voluto rendere omaggio alla nuova Gandhi dell'Asia con chiare parole: "Lei è un'icona della lotta per la democrazia. Una donna da cui molti hanno tratto ispirazione, tra cui anche io - ha detto il presidente - Qui, proprio in questa casa ha dimostrato la forza della dignità di chi lotta per la libertà".

Dopo l'incontro con Aung San Suu Kyi, Obama si è recato all'università di Rangoon per tenere un discorso agli studenti. Lo ha incentrato sulla famosa orazione sulle quattro libertà di Franklin Delano Roosevelt: la libertà di parola, la libertà di religione, la libertà dal bisogno e, infine, la libertà dalla paura. Quale migliore tema per invogliare i giovani birmani a continuare il loro cammino verso la realizzazione del sogno del loro Premio Nobel?

Nella visita nella capitale birmana, il presidente ha anche visto Thein Sein, il Numero Uno del paese asiatico, a capo della giunta militare e ora garante di una transizione controllata dai generali. Con lui, un lungo colloquio sullo stato dall'arte. Per Obama, la visita in Birmania ha avuto un carattere altamente simbolico. I suoi Stati Uniti sono a fianco di coloro che lottano per una maggiore libertà in quel continente.

Ma è l'intero viaggio a essere molto importante per il presidente. Con la sua amministrazione, Washington è tornata a guardare al Pacifico (che era stato di fatto abbandonato da Bill Clinton prima e da George W. Bush dopo). Il futuro sviluppo del mondo arriva da lì, dall'Asia della Cina potenza mondiale emergente e dell'India e delle sue straordinarie potenzialità.

Non solo per motivi biografici (ricordiamo il periodo d'infanzia trascorso in Indonesia), ma bensì, per puri motivi di strategia e di interesse nazionale, Obama pensa che gli Usa debbano tornare a essere presenti e influenti nell'area: per contenere l'ascesa economica, diplomatica e militare (o per contrastarla) di Pechino attraverso una relazione forte tra alcuni paese dell'area e Washington. una sorta di cordone sanitario attorno alla Cina con cui la dirigenza di Pechino sia costretta a fare i conti nei prossimi, decisivi anni.

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