Esteri

Il lato oscuro dei biocarburanti

Biodiesel e bioetanolo vengono prodotti a spese di terra e acqua nei paesi poveri: due Ong chiedono all'Unione europea  di mettere un freno

Un impianto di olio di palma nelle Filippine. (Credits: Ted Aljibe/AFP)

Avrebbero dovuto rendere le nostre auto più verdi, tagliando le emissioni di C02 e proiettando l’Europa nell’olimpo dei campioni virtuosi alla lotta contro il cambiamento climatico. Invece i biocarburanti si stanno trasformando in un grosso problema per l’Europa e in un vero e proprio incubo per gli abitanti dei paesi dove molte delle piante destinate a finire nei nostri serbatoi vengono coltivate.

“Ricavare benzina o diesel a partire da colture alimentari o da colture non alimentari dedicate a fini energetici significa sottrarre terra e acqua alla produzione di cibo. Questo non è sostenibile né eticamente accettabile, perché contribuisce ad alimentare la fame, gli accaparramenti di terra e i cambiamenti climatici”, sostiene  Elisa Bacciotti, Direttrice Campagne di Oxfam Italia , che insieme ad ActionAid ha lanciato una petizione su change.org. La raccolta firme #Nofoodforfuel   chiede al Parlamento europeo e ai nostri ministri dell’ambiente e dello sviluppo economico di porre un freno alla produzione di biocarburanti provenienti da materie prime alimentari che sfruttano ingenti quantità di terra e acqua entrando in diretta competizione con la produzione di cibo, in altre parole aggravando l'insicurezza alimentare in alcune aree del mondo.

Una direttiva europea del 2008 ha stabilito che entro il 2020, il 10 per cento dei carburanti utilizzati nell’Ue deve provenire da fonti rinnovabili. Questa decisione ha favorito lo sviluppo di aziende che producono biodiesel, ricavato soprattutto da olio di colza, di palma, e di jatropha, e bioetanolo ottenuto da canna da zucchero e cereali. La sola produzione di biodiesel europea ammonta a più di 10 milioni di tonnellate all’anno. Ma vari studi stanno dimostrano che questi biocarburanti di prima generazione hanno in realtà pesanti impatti sociali e ambientali. Per questo le associazioni ambientaliste e impegnate nello sviluppo del sud del mondo, chiedono all’Europa di rivedere i target “verdi” fissati nel 2008.

Il boom dei biocarburanti è da molti ritenuto una delle cause del generale rialzo dei prezzi dei cibo, e soprattutto della corsa ad accaparrarsi terreni coltivabili. Nel mondo secondo i dati raccolti dal portale Land Matrix più di 33 milioni di ettari sono stati oggetto di acquisizione, la metà dei quali per coltivare piante non destinate al cibo o utilizzabili per vari usi, in altre parole trasformarli in energia. ActionAid ha anailizzato 98 progetti di investimento per la produzione agroenergetica in Africa sub-sahariana scoprendo che tra il 2009 ed il 2013 sono stati sei milioni gli ettari di terreno acquisiti da imprese europee.

“I prodotti della terra utilizzati per produrre biocarburanti nel solo 2008 avrebbero potuto sfamare 127 milioni di persone, riducendo la fame nel mondo di quasi il 15 per cento” sottolinea Marco De Ponte, Segretario Generale di ActionAid.

Alcuni calcoli dimostrano che l’uso dei biocarburanti non garantirebbe un abbattimento delle emissioni di C02 davvero significativo. Soprattutto a causa del cosiddetto Indirect land use change (Iluc) ovvero l’espansione dei terreni coltivati a danno di altri ecosistemi. Ne è un esempio il  disboscamento delle foreste e il prosciugamento delle torbiere indonesiane per fare posto a piantagioni di palma da olio, che provocano un aumento dei gas serra nell’atmosfera.  

Nella bozza di revisione della politica europea sui biocarburanti, la commissione europea ha proposto di fissare il tetto massimo di consumo al 5 per cento ( e non più quindi al 10 per cento). A luglio la commissione ambiente del Parlamento lo ha elevato al 5,5 , ma soprattutto ha reso obbligatorio per le aziende produttrici di biocarburanti, conteggiare il fattore  Iluc nel calcolo delle emissioni di C02 a partire dal 2020. La palla passa ora all’assemblea plenaria di Strasburgo che si esprimerà il 10 settembre. “La lobby dei produttori sta ostacolando questa proposta di revisione” fanno notare Oxfam Italia e ActionAid. “anche perché i paesi dell’Ue hanno sostenuto finora con almeno 6 milirdi di euro  lo sviluppo dell’industria dei biocarburanti”.

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