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Esteri

Nigeria, Boko Haram in trappola

Alla vigilia delle elezioni, l'offensiva del governo contro i fondamentalisti islamici affiliati all'Isis. Accerchiati, i terroristi progettano nuovi attentati

La ragazza con il nihab nero non ha più di 25 anni. Le immagini sgranate del suo testamento restituiscono una magrezza impressionante, un sorriso tirato e un Allah-uh Akbar che suona meno convinto di quanto il protocollo del terrore richieda. «Dillo ancora, dillo più forte», la esorta una voce maschile fuori campo. Lei esegue docilmente, prima di arrampicarsi su un vecchio Suv imbottito di tritolo e rottami di ferro: una dolce cantilena araba accompagna l’ultimo chilometro di vita della donna e del veicolo, filmati a distanza mentre provano a forzare l’ingresso di una caserma. La cantilena sale di tono, i sussurri di ringraziamento al Profeta diventano urla, e un attimo dopo lo schermo deflagra in pixel che sanno di calcestruzzo frantumato e carne bruciata.

Nessuno aveva visto questo video prima di Panorama e nessuno fortunatamente lo vedrà. L’esercito nigeriano, impegnato dalla fine di febbraio in una gigantesca offensiva contro i terroristi di Boko Haram, lo ha trovato nel villaggio di Mafa, liberato il 9 marzo scorso. Era pronto per finire su YouTube insieme a quello dell’esecuzione di una presunta spia governativa, per la prima volta vestita di arancione come nei filmati diffusi dall’Isis: dopo le promesse di reciproca fedeltà tra il leader haramita Abubakar Shekau e Abu Bakr Al Baghdadi, una nuova ostentazione del legame tra il Califfato e la cellula sunnita che dal 2009 a oggi ha provocato 11 mila morti nel nordest della Nigeria.


 

Il file non verrà diffuso proprio per scongiurare il rischio emulazione. Ma le donne kamikaze e l’affiliazione al «franchising» targato Isis rischiano di essere per Boko Haram ciò che le V2 furono per la Germania hitleriana: l’arma della disperazione, quella che può rallentare l’azione nemica e riscaldare l’animo degli irriducibili, ma non scongiurare la sconfitta.

«Abbiamo riconquistato oltre due terzi dell’area che i terroristi occupava a settembre 2014, nel momento della loro massima espansione» spiega il generale Chris Olukolade, portavoce dell’esercito nigeriano. L’avanzata prosegue, supportata dal pattugliamento congiunto sui confini delle forze armate di Mali, Ciad e Camerun, che stanno tagliando le vie di fuga e rifornimento degli estremisti, i cui effettivi secondo un rapporto riservato si sono ridotti da 40 mila a 21 mila unità.

Sono tornate in mano governativa Gulak, ex capitale dei ribelli, l’intera regione di Adamawa e il villaggio di Chibok, dove quasi un anno fa vennero rapite le 258 liceali yazide divenute simbolo della campagna #bringbackourgirls. Nella notte del 16 marzo è caduta anche Bama, unico snodo stradale di una certa importanza ancora in mano haramita. I sentieri sterrati che da qui conducono all’ultima roccaforte degli uomini di Seaku, chiusi fra il Borno orientale e il lago Ciad, sono cosparsi di mine antiuomo, chiese bruciate e cadaveri di mercenari sudafricani che ciascuno dei due belligeranti attribuisce all’avversario, così come la messa in secca dei pozzi. «L’unico pozzo che vogliamo prosciugare è quello di rabbia, delinquenza e miseria in cui nuota il pesce rosso del terrorismo» ribatte, citando Ho-Chi-Minh, l’avvocato Abdul Razaq, consulente governativo ed esponente di una delle famiglie musulmane più in vista del Paese.

La comunità islamica, compresa buona parte del partito di opposizione Apc, non ha mai concesso credito a Shekau. Quel che è certo è che le sconfitte militari delle ultime settimane non hanno ancora eroso del tutto il consenso di cui Boko Haram gode nelle aree più povere, figlio di legami tribali e religiosi ben più antichi delle carte geografiche, e che secondo molti osservatori la politica economica del presidente Goodluck Jonathan ha contribuito a rafforzare. Le riforme messe in atto dal governo nella seconda parte del suo mandato hanno accelerato emancipazione femminile, istruzione e crescita con progetti di microcredito, università e scuole miste, nuove infrastrutture. Ma forse non basteranno a garantirgli la rielezione il 28 marzo prossimo, quando 180 milioni di nigeriani dovranno scegliere se affidare a lui o allo sfidante Muhammad Buhari, in forte crescita nei sondaggi, le chiavi del paese per i prossimi quattro anni.

L’appuntamento con le urne, secondo l’opinionista politico Wole Obayobu, «sarà uno snodo fondamentale anche per saggiare la forza residua di Boko Haram e la determinazione di presidente ed esercito, fino a un mese fa accusati di mollezza nei confronti dei terroristi, ad andare fino in fondo». Insomma, una raffica di nuovi attentati o, al contrario, un colpo ad effetto come la liberazione delle studentesse sono in grado di far pendere da una parte o dall’altra un elettorato frammentato e fiaccato da sei anni di guerra civile, molto più di quanto potrebbero fare un abbassamento dei prezzi della benzina o una legge anticorruzione, altri provvedimenti promessi dall’opposizione.

Anche per questo ad Abuja, la capitale federale, o in città come Maiduguri (ancora circondata dai ribelli e colpita il 7 marzo da tre attacchi suicidi con oltre 200 morti, quasi tutti in seno alla comunità cristiana), la tensione è palpabile. Con l’esercito impegnato a combattere la guerriglia o a presidiare le sedi istituzionali, tenere sotto controllo tutti i seggi del paese diventa un’impresa quasi impossibile.

Alcuni analisti sostengono che l’intelligence francese e statunitense stia prestando il suo aiuto a Jonathan. Il governo ha smentito le indiscrezioni, ma un’avanzata così incessante spinge a ipotizzare più di un aiutino. Abuja, del resto, chiede da mesi un intervento più incisivo della comunità internazionale, mentre Washington e Parigi hanno la possibilità di annientare per la prima volta uno dei movimenti federati al Califfato, scongiurando la nascita di un «corridoio del terrore» che attraverso Nigeria, Mali, Sudan e Libia rischierebbe di lasciare in mano ai terroristi le redditizie rotte del contrabbando di benzina, armi ed esseri umani. Oltre a mettere in pericolo interessi energetici rilevanti. Molto probabile, dunque, che droni e consulenti militari siano in azione in queste settimane tra il confine ciadiano e la foresta di Sambisa, dove ancora sventola la bandiera di Boko Haram. E dove, forse già prima del voto, i due schieramenti sono attesi allo scontro finale.

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