Prosegue in Birmania la campagna elettorale in vista delle elezioni del prossimo 8 novembre, che Aung San Suu Kyi, la storica leader dell'opposizione, ha definito come un "punto di svolta cruciale per il Paese", esortando i suoi sostenitori a "non farsi scappare questa possibilità", al tempo stesso appellandosi al resto del mondo affinché vigili sulla regolarità del voto e della transizione verso la democrazia.

Si tratta delle prime elezioni generali a cui il suo partito può partecipare dal lontano 1990, quando la sua Lega Nazionale per la Democrazia stravinse, ma non vide riconosciuto il risultato dall'allora giunta militare. Suu Kyi, insignita nel 1991 del premio Nobel per la Pace, trascorrerà 15 dei successivi 20 anni agli arresti domiciliari. Sono 6.074 i candidati in lizza per l'elezione, di cui 5.764 nominati da 91 partiti politici e 310 independenti. 

Le elezioni precedenti

Con la sua leader agli ultimi giorni di detenzione, nel 2010 la LND boicottò le elezioni, rivelatesi poi viziate da diffusi brogli. Nemmeno due anni prese però parte alle elezioni suppletive, assicurandosi 43 seggi su 44. Ora punta alla maggioranza in Parlamento, ma gli ostacoli non mancano. Su tutti, il fatto che un quarto dei seggi sono assegnati per legge ai militari. La Costituzione vigente impedisce inoltre a Suu Kyi di diventare Presidente, in quanto madre e vedova di cittadini stranieri.

In ogni caso, gli elettori non voteranno direttamente per un presidente. In un sistema che favorisce giochi dietro le quinte e garantisce un'estrema influenza alle forze armate, il voto rinnoverà le due Camere per i prossimi cinque anni. Ognuna di queste nominerà un candidato alla presidenza; un terzo sarà proposto dai militari. Tra questi tre candidati il Parlamento sceglierà il Capo di Stato. Considerando che difficilmente gli ex carcerieri di Suu Kyi si allineeranno alla NLD, per avere una maggioranza parlamentare il partito del premio Nobel dovrà in sostanza conquistare due terzi dei seggi in palio l'8 novembre.

Le previsioni

Sebbene Suu Kyi rimanga popolarissima, anche in caso di voto regolare tale risultato non è però affatto scontato. Il Partito di unione solidarietà e sviluppo (USDP) al governo, oltre al controllo territoriale della macchina burocratica, può contare sull'appoggio di un movimento di monaci nazionalisti, saliti alla ribalta sull'onda della crescente intolleranza verso la minoranza musulmana. Ossessionati dalla difesa dell'identità buddihsta del Paese, i birmani sensibili a questo richiamo considerano Suu Kyi troppo soft verso l'Islam, nonostante all'estero i silenzi della "Signora" contro le violenze e le discriminazioni subite dalla minoranza abbiano pesantemente intaccato il suo status di paladina dei diritti umani.

In patria, il piglio autoritario con cui Suu Kyi monopolizza l'opposizione ha provocato anche una perdita di fiducia da parte di potenziali alleati, come i partiti delle minoranze etniche (che comprendono un terzo della popolazione) ed ex prigionieri politici che contavano di candidarsi tra le fila della NLD e sono invece stati respinti. Suu Kyi ha inoltre assistito impotente alla recente purga contro Shwe Mann che, nonostante guidasse l'USDP, aveva imbastito un promettente rapporto di collaborazione con la leader dell'opposizione. L'ex generale rimane presidente del Parlamento, ma lì dove si deciderà il futuro della Birmania, nel "momento cruciale" del dopo-voto, Suu Kyi potrebbe non avere abbastanza alleati. 

In questa gallery, vediamo Aung Sang Suu Kyi nel corso della campagna elettorale nel suo collegio presso Kawhmu, nella Regione di Yangon.

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