Esteri

Il dissidente truffaldino

Raggiri, riciclaggio, prestanomi e pregiudicati: l’Interpol sapeva tutto. Come dimostra il documento inedito che pubblica Panorama

Mukhtar Ablyazov in una foto pubblicata dal sito dell'Interpol (Ansa)

Una segnalazione inedita dell’Interpol, otto banche italiane che hanno perso 250 milioni di dollari e una girandola di società off shore collegano i maneggi di Mukhtar
Ablyazov al nostro Paese. Il discusso «dissidente» kazako era ben noto per il suo schema Ponzi, che ha coinvolto un truffatore di origine genovese e ignare imprese italiane, ben prima del pasticcio kazako scoppiato con l’espulsione dall’Italia del 31 maggio della moglie Alma Shalabayeva e di sua figlia Alua.

L’Interpol, prima dell’arresto di Ablyazov in Francia il 31 luglio, aveva scoperto il collegamento fra l’oligarca-dissidente e Thierry Nano, l’erede di una nota famiglia di banchieri di Genova condannato per truffa e riciclaggio. Lo scorso anno Nano è stato arrestato a Imperia per la vendita di titoli di una società panamense sull’estrazione di marmo nero da una cava in Perù, mai cominciata. Il 27 luglio il tribunale di Genova lo ha condannato a nove anni e al risarcimento di 3 milioni di euro.

Nel gennaio di quest’anno è stato incarcerato in Francia su richiesta dell’Fbi. Thierry e il padre Armando erano già finiti nell’occhio del ciclone negli anni Novanta con l’accusa di aver truffato 1.500 risparmiatori, compresi molti calciatori di serie A (Billy Costacurta, Roberto Baggio, Roberto Mancini), vittime di un crac da 80 miliardi di lire. Secondo un documento inedito dell’Interpol, in possesso di Panorama, nel 2008 Nano era coinvolto «in transazioni per milioni di dollari
riguardanti la vendita di una piccola isola vicino a Saint Vincent e Grenadine e un hotel» nei Caraibi. L’Interpol ricorda l’inchiesta «della Guardia di finanza di Genova sulla miniera di marmo nero in Perù». E sottolinea che alla fine del 2008 il banchiere truffaldino firmava un contratto preliminare con la Harlem securities ltd per l’affare nei Caraibi.

La società ha pagato un acconto di mezzo milione di dollari su un conto in Belgio di Nano, nonostante l’affare fosse chiaramente sospetto. Il direttore della Harlem, Ilyas Khrapunov, di soli 25 anni, ha rivelato «di agire come prestanome di suo suocero, Ablyazov Mukhtar». L’Interpol fa notare che Ablyazov, oltre a essere ricercato per truffa, è stato condannato da un tribunale di Londra per oltraggio alla corte. Nel 2008 l’autoproclamato leader dell’opposizione kazaka era ancora a capo della Bta, la terza banca del paese salvata dal governo di Astana da un buco di 10 miliardi di dollari.

Secondo i nuovi dirigenti dell’istituto di credito, fedeli al padre-padrone del paese Nursultan Nazarbayev, Ablyazov si sarebbe appropriato di 6 miliardi di dollari. Le truffe ai danni di società e banche italiane vengono rivelate a Panorama da una fonte della Bta, che dichiara: «Nel 2009, quando il governo ha assunto il controllo dell’istituto, ammontavano a 2-3 miliardi di dollari le somme trasferite in maniera truffaldina a società off shore o non pagate alle controparti occidentali». Sette istituti del nostro Paese (Unicredit, Popolare di Vicenza, Mps, Mediobanca, Banca agricola mantovana, Antonveneta e Banca Ubae) hanno subito perdite per 250 milioni di dollari con i maneggi di Ablyazov.

Il sistema si basava sulla triangolazione tra società off shore e attività finanziarie, che ricordano il truffaldino schema Ponzi. Uno dei casi ricostruiti dalla Bta coinvolge la ditta Jollastreet Enterprises ltd, registrata a Cipro, che doveva fornire a un’impresa tedesca materiale, del valore di 10 milioni di dollari, per un complesso di magazzini a Mosca. La costola tedesca di Unicredit (Hvb) aveva garantito l’operazione con diverse lettere di credito. «Una volta utilizzati i fondi, il contratto di fornitura veniva cancellato e i soldi pagati dalla società tedesca alla Jollastreet di Cipro sparivano» rivela la fonte della Bta. Così l’istituto italiano è rimasto con il cerino in mano.

Il sistema si basava su unacostellazione di 700 scatole cinesi create appositamente e intestate a prestanomi per far sparire i soldi soprattutto nei paradisi fiscali. Il grimaldello interno alla Bta era «un dipartimento speciale chiamato Ukb-6 situato su un piano isolato dell’istituto e con un apposito sistema di sicurezza». Secondo la fonte kazaka alcuni uomini di Ablyazov nel dipartimento segreto «erano sia gli erogatori del credito che i richiedenti dei prestiti a nome delle società off shore». Nella rete di un’altra truffa è finita la banca Ubae di Roma. «La società Mabco Inc, registrata nelle Isole Vergini, ha utilizzato l’istituto per aprire una lettera di credito di 5 milioni di dollari sulla base di conferme della transazione ricevute dalla Bta».

La Mabco «ha incassato i soldi ed è sparita». Ma il vero schema Ponzi è stato applicato «a transazioni finanziarie genuine fra fornitori del vostro Paese e realtà kazake che avevano ottenuto prestiti dalla Bta. Gli istituti bancari italiani, in quanto finanziatori, hanno subito perdite perché garantivano il denaro ai fornitori, ma la Bta di Ablyazov non assicurava più i crediti, avendo prosciugato la liquidità». Il sistema ha colpito società come la Fava spa, che fornisce impiantistica per pastifici, la Sacmi-Cooperativa meccanici Imola, l’Investa Italia srl e Laverda spa nel campo agricolo, oltre alla Glass Technologies specializzata nelle fornaci per vetro.

«La truffa messa in atto dall’oligarca Ablyazov nei confronti di banche e società italiane non era neppure tanto evoluta» spiega Daniele Lazzeri, analista finanziario e direttore del centro studi «Il Nodo di Gordio», che si occupa da anni di Asia centrale «tanto che è dovuto ricorrere ad annullamenti di contratti in corso d’opera, ma già finanziati e garantiti a monte da banche internazionali, per distrarre i fondi dall’istituto che aveva fondato. L’aspetto clamoroso è che gran parte dei nostri media, quando è scoppiato il pasticcio kazako, faceva finta di non saperlo».

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