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C'è Masher Assad dietro le bombe chimiche in Siria?

Sociopatico e violento, ricorda Uday Hussein, il figlio dell'ex presidente iracheno: potrebbe essere stato lui, il fratello più giovane di Bashar, a ordinare l'attacco chimico - Lo speciale sulla guerra in Siria

Siria, manifestazione anti-Assad - SIRIA

«Riteniamo il presidente Assad direttamente responsabile dell'utilizzo di armi chimiche da parte del suo regime, indipendentemente da dove sia partito l'ordine». Con questa dichiarazione secca, una dei portavoce del Dipartimento di Stato americano, Marie Harf, chiarisce la posizione della Casa Bianca su una delle ipotesi che sta circolando in questi giorni: e se l'utilizzo del gas nervino, che lo scorso 21 agosto avrebbe causato la morte di centinaia di persone a Damasco – ma che, è bene ricordare, per gli ispettori delle Nazioni Unite è ancora tutto da verificare – non fosse partito dal presidente siriano? Circolano infatti ricostruzioni e speculazioni secondo cui l'ordine di utilizzare armi non convenzionali sarebbe partito dalla “testa calda del regime” Maher al-Assad, il fratello minore del presidente Bashar al-Assad. Forse, all'insaputa di Bashar, se non addirittura contro il suo volere.

È una teoria che ritorna ciclicamente, fin troppo spesso, quando il regime siriano è accusato di gravi crimini: il presidente non controlla veramente la linea del comando, è suo fratello minore, “Maher il sociopatico” a ordinare i crimini più efferati. Resta da chiedersi quanto sia credibile, specie a questo punto. I primi ad avanzare l'ipotesi secondo cui il mandante della strage sarebbe stato Maher sono stati il quotidiano britannico The Guardian e l'emittente saudita al-Arabiya. Che già a pochi giorni dall'attacco (il 24 e il 25 agosto, rispettivamente) diffondevano sui loro siti analisi che puntavano il dito contro il minore dei fratelli Assad. Ma si trattava di poco più che speculazioni, basate sulla lunga storia di brutalità da parte di Maher, attuale capo della Guardia repubblicana e della Quarta divisione armata.
Soltanto dopo, il 27 agosto, l'emittente americana Bloomberg ha diffuso la notizia secondo cui un rappresentante della missione Onu in Siria, parlando in forma anonima, sospetta Maher dell'attacco. Si tratta, insomma, di semplici «sospetti». Una ricostruzione tutta da verificare, di cui dubitano molti esperti, incluso Joshua Landis, uno dei più noti analisti di cose siriane. In effetti che qualcosa possa essere andato storto nella catena di comando del regime lo sostiene anche la rivista Foreign Policy. L'intelligence americana, sostiene FP, sarebbe in possesso della registrazione di una telefonata tra un rappresentante del ministero della Difesa siriano e il comandante di un'unità dell'esercito specializzata in armi chimiche: la telefonata lascia intendere che il ministero della Difesa fosse «nel panico», completamente all'oscuro del piano di utilizzare il gas nervino. Ma da qui a dire che l'ordine sia partito da Maher, ne passa...
Che Maher sia responsabile o meno del presunto attacco chimico, comunque, non interessa agli americani. E non cambia, in ogni caso, la reputazione di Maher. Che, da quanto ha un ruolo attivo negli affari siriani, è sempre stato considerato il volto più brutale del regime. Già da bambino, a dire il vero, era considerato una testa calda.
Maher al-Assad è nato nel 1968, due anni prima del golpe che avrebbe portato il padre al potere, quarto dei cinque figli di Hafiz al-Assad e sua moglie Anisa Makhlouf. La primogenita, Bushra, era la prediletta del padre ma, in quanto femmina, non poteva essere designata come erede del potere politico. Il vero delfino era il secondogenito Basil, un tipo brillante e atletico che dimostrava la stessa attitudine al comando di Hafiz, ma che rimase ucciso in un incidente stradale. L'attuale presidente, Bashar, era il terzogenito, il più timido e riflessivo dei fratelli, inizialmente era destinato alla carriera medica. Maher, invece, era un tipo irrequieto, poco controllabile, cosa che preoccupava il padre, che aveva costruito un complesso ingranaggio di potere proprio sul suo sangue freddo. Ben poco, invece, si sa del più giovane dei fratelli, Majid, morto a causa di una malattia misteriosa nel 2009.
Un tempo Maher era noto per i suoi dissidi con il cognato Assef Shawkat, il marito di Bushra, un'altra testa calda, con cui a dire il vero neppure Hafiz e Basil erano mai andati d'accordo. Si racconta che, a pochi giorni dalla morte del patriarca, nel bel mezzo di una riunione del clan, Maher abbia preso una pistola e sparato un colpo nell'addome del cognato. La cui unica colpa, a quanto pare, era quella di essersi “impicciato degli affari di famiglia”.
Col tempo però Maher e Shawkat si sono riappacificati. Anzi, accomunati dal comune temperamento, da quando la rivolta è esplosa nel marzo del 2011, sono stati tra i principali fautori del pugno fermo. È stato Maher, per dirne una, a reprimere nel sangue il primo focolaio di ribellione, nella città di Daraa, dove peraltro le proteste erano iniziate in modo pacifico, e forse avrebbero potuto essere messe a tacere senza troppo spargimento di sangue: alcuni sostengono che sia stato proprio questo errore di valutazione da parte di Maher abbia scatenato la guerra civile. E anche in questo caso si racconta che Bashar, in un primo momento, fosse contrario alla repressione. Ma si tratta, appunto, di speculazioni.
Da un lato il rapporto tra Bashar e Maher ricorda quello che c'è stato tra Hafiz e il fratello minore, Rifaat al-Assad: ai tempi della repressione della Fratellanza Musulmana, culminata col massacro di Hama nel 1982, l'allora presidente lasciava fare gran parte del “lavoro sporco” al fratello minore, che comandava, proprio come oggi fa Maher, le unità d'élite dell'esercito. Altri però sostengono che la figura di Maher ricorda piuttosto quella di Uday Hussain, il figlio maggiore di Saddam, un'altra testa calda nota per la sua brutalità, che il padre considerava “incontrollabile”, un pericolo per il clan.
Alcuni credevano che Maher fosse morto nel luglio del 2012, ucciso dall'attentato a Damasco che eliminò importanti figure del regime, incluso il cognato Shawkat. Altri sostenevano che Maher fosse sì rimasto vittima dell'esplosione, ma soltanto ferito, e che si fosse trasferito in Russia per curarsi. Fatto sta che, da allora, di lui non si è più sentito parlare. Fino all'attacco dello scorso 21 luglio, che forse provocherà un raid americano contro il regime.

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