Esteri

La mappa delle (in)giustizie ambientali

Un gruppo di ong lancia un sito interattivo per segnalare l'accaparramento di risorse naturali. E chi lotta per opporsi

La corsa alle risorse naturali è incessante: il mondo ha fame di terra, petrolio, legno, minerali. Dietro molti contratti che garantiscono a una multinazionale, a un istituto finanziario o un governo straniero la possibilità di sfruttare un pezzo di pianeta, c’è una comunità locale che perde i diritti sulla propria ricchezza. Si tratta di un accaparramento, un furto di futuro secondo una cordata di ong che ha deciso di raccogliere in una mappa interattiva i casi di ingiustizie ambientali nel mondo.

Scorrendo il mouse sul planisfero si possono scoprire i primi importanti casi che Mani tese, Les Amis de la Terre , CEE Bankwatch , Re:Common , CeVi e CICMA hanno raccolto. Tra questi la mega diga di El Quimbo in Colombia, un progetto su cui sta investendo l’Enel e che si legge nella mappa: “Per  realizzarlo saranno inondati oltre 2000 ettari di terra fertile e strade di collegamento, 1466 persone dovranno andarsene dalle loro case, saranno persi 2000 posti di lavoro con ingenti impatti economici sulla produzione agricola”. Uno studio dell’Università Sur Colombia stima che in 50 anni “l’impianto elettrico frutterà 135 milioni di euro a fronte di una perdita di 480 milioni di euro” riconducibile allo stop delle attività agricole.

In Ecuador invece le popolazioni indigene si battono per proteggere il parco Yasunì dalle trivelle del petrolio. Nel 2007 il presidente ecuadoriano Rafael Correa aveva lanciato l’iniziativa YAsuniTT , chiedendo alla comunità internazionale di contribuire finanziariamente  alla salvaguardia di quel pezzo di foresta amazzonica. Il fulcro dell’iniziativa era in sostanza questo: l’Ecuador avrebbe bloccato le trivellazioni dell’area dove si stima siano contenute il 20 per cento delle riserve di greggio del paese,  ma entro 13 anni gli altri stati del mondo avrebbero dovuto versare in un fondo speciale almeno la metà del valore di quel petrolio, circa 7,2 miliardi di dollari. La scommessa è fallita e nel 2013, dopo che il fondo aveva incassato appena 13 milioni di dollari,  il presidente Correa ha dato il via alle compagnie petrolifere. I movimenti, però non si arresi e stanno combattendo per tenere un referendum sulla questione.

Non si vogliono arrendere neppure i liberiani che si oppongono alle grandi concessioni di terra per la coltivazione di palma da olio. Tre società straniere hanno ottenuto 629 mila ettari, la commissione fondiaria della Liberiaha raccomandato una moratoria per disinnescare potenziali conflitti e risolvere questioni legate all’accesso alla terra. Le popolazioni locali hanno denunciato la violazione dei loro  diritti, una piantagione è stata bruciata.
"Mani Tese e i suoi partner nel progetto Grabbing Development chiedono all’Unione Europea e agli stati membri di agire con urgenza per ridare piena sovranità ai popoli sulle proprie risorse naturali” dichiara Giosué De Salvo, responsabile Advocay per Mani Tese “È necessario promuovere un modello economico e sociale rispettoso dei diritti umani e dei limiti imposti dalla natura e rendere le imprese europee pienamente responsabili, e quindi sanzionabili, per le violazioni perpetrate nei paesi più svantaggiati".

@FrancaRoiatti

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