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Esteri

Maghreb e Medio Oriente. L’acqua per gli assetati a rischio radioattività

Il deposito sotterraneo giordano è contaminato. Ma a rischio sono tutti quelli in Maghreb e Medio Oriente. Con rischio di tumori

L’acqua, il bene più prezioso nei paesi desertici del Medio Oriente e del Nord Africa, rischia di essere radioattiva. Di sicuro è contaminata quella giordana, come rivela un’indagine statunitense, ma l’incubo radioattività riguarderebbe gran parte dei serbatoi naturali dell’area, compresi i depositi sotterranei sauditi, egiziani e libici. A lanciare l’allarme è il geochimico Avner Vengosh, dell’Università Duke della Carolina del Nord, che ha testato 37 campioni d’acqua prelevata nel bacino sotterraneo di Disi, scoprendo che i livelli di radioattività sono 30 volte superiori al limite stabilito per gli esseri umani.

Alla ricerca il mondo scientifico sta dedicando attenzione solo ora. I bacini a rischio, talora a 100 metri di profondità, racchiudono le cosiddette acque fossili, che derivano dall’era glaciale. La contaminazione deriva dal radio, metallo che può provocare il cancro alle ossa. Le autorità giordane gettano acqua sul fuoco e comunque a partire dal 2013 inizieranno a pompare 100 milioni di metri cubi d’acqua l’anno. Una stima dell’Ufficio federale tedesco per la protezione dalle radiazioni, elaborata dal settimanale Der Spiegel, calcola che nella capitale Amman (2 milioni di abitanti) potrebbero registrarsi 8 mila decessi per tumore in più. E già nel 2008 uno studio francese segnalava il pericolo per l’Arabia Saudita, che ha avviato tentativi per decontaminare l’acqua. Anche Egitto e Israele pompano acque fossili, sin dal 1980.

Un altro vasto deposito è quello nubiano, in Africa nordorientale. Da questa riserva fossile la Libia pompa l’acqua del Great man made river, l’«ottava meraviglia del mondo» voluta da Muammar Gheddafi. Il gigantesco acquedotto sotterraneo arriva fino alla costa, dove ci sono le grandi città come Tripoli e Bengasi. Il progetto, che a regime dovrebbe pompare 6 milioni di metri cubi d’acqua al giorno, è costato l’astronomica cifra di 25 miliardi di dollari. Soldi derivanti dal petrolio, perché il colonnello non volle prestiti internazionali. Però le commesse per la costruzione sono state faraoniche e hanno riguardato anche ditte italiane, a cominciare dalla Redaelli Tecna. Uno studio pubblicato nel 2011 da Christoph Schüth dell’università tedesca di Darmstadt indica che la riserva sotterranea libica non è mai stata analizzata a fondo, ma ha le stesse caratteristiche di altri serbatoi di acque fossili.

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