Battaglia di Mosul, Iraq
Esteri

L'Isis sconfitto: "Adesso bisogna superare la violenza settaria"

Da Baghdad, l'ambasciatore italiano Marco Carnelos spiega: serve una leadership moderata per il malcontento sunnita. Attenzione ai colpi di coda del Daesh

Il potere del Daesh si sgretola mentre le truppe irachene stanno riconquistando completamente Mosul e la coalizione sostenuta dagli Stati Uniti ha circondato Raqqa.

Una voce in prima linea

Per una maggiore intelligenza della situazione, è fondamentale ascoltare la voce di chi è sul campo e conosce ogni aspetto dei rapporti di forza in gioco. L’Ambasciatore italiano in Iraq, Marco Carnelos, poche ore fa da Baghdad ha dialogato in esclusiva con noi abbracciando i principali aspetti della questione.

Carnelos è uno degli uomini di punta della nostra diplomazia per quanto riguarda la regione, essendo stato dal 2014 il Coordinatore per la Crisi siriana e dal 2015 nominato a capo della Rappresentanza in Iraq.

Il suo è il profilo che ci può far capire quanto di vero ci sia nei dispacci che arrivano da Mosul, dove la coalizione sembra aver ormai chiuso i miliziani islamisti nell’assedio finale. È importante a questo punto capire se a Baghdad, nel cuore della Green Zone, si condivide il medesimo ottimismo: "Qui" dice Carnelos "regna un forte senso di sollievo e soddisfazione, la riconquista della Moschea Al Nour a Mosul (delle macerie purtroppo) da dove Abu Bakr Al Baghdadi aveva proclamato il sedicente Califfato rappresenta un vero e proprio spartiacque e la fine di un ciclo di violenza efferata."

Significa che il governo iracheno è percepito come stabile e che il tasso di propaganda è ridotto ai minimi termini, in altre parole che la comunità diplomatica occidentale ripone fiducia nell’operato del premier Haydar al-Abadi. A differenza del vicino Afghanistan, la sinergia tra Coalizione e forze politiche interne in Iraq sta funzionando.

 

La violenza settaria

Questo non toglie che la sfida ora sarà trasferire l’ottimismo delle élite in quello delle popolazioni. Perché la fine del Califfato, dagli iracheni, potrebbe essere vista semplicemente come la fine di una delle diverse forme che il fondamentalismo sunnita ha assunto nel corso dell’ultimo decennio, passando da al-Zarqawi ad al-Qaeda, e ora ad al-Baghdadi.

Insomma il punto cruciale era e rimane la violenza settaria. Secondo Carnelos "le tensioni in Iraq permangono e non verranno superate in tempi brevi. L'auspicio è che tuttavia proprio dalla consapevolezza che il settarismo ha creato dei mostri come Daesh questa volta le forze politiche irachene facciano tesoro di questa drammatica esperienza e promuovano una vera e propria svolta politica che contribuisca al superamento degli approcci settari. Non sarà un percorso facile né breve ma non vi sono alternative."

Sinergia obbligata

L’equilibrio, par di capire, è tutto tra le risorse dialettiche interne e un chiaro supporto dall’esterno (cosa che non sta succedendo in Siria, dove la pur fondamentale riconquista di Raqqa non porterà necessariamente chiarezza al processo di pace); per questo è importante sapere, al di là della correttezza istituzionale, a chi davvero rendere merito in Iraq per la sconfitta militare del Califfato.

Carnelos non ha dubbi: "il merito va ad entrambi, uno non poteva fare a meno dell'altro. Senza il sostegno aereo e l'addestramento impartito dalle forze della Coalizione - in cui l'Italia ha svolto e svolge tuttora un ruolo preminente e di leadership in specifici settori - Daesh non sarebbe stato sconfitto. Il sacrificio principale l'hanno tuttavia compiuto le forze irachene e i Peshmerga che hanno ripreso i territori conquistati dai terroristi di Daesh casa per casa. Questi ultimi non avrebbero potuto essere sconfitti soltanto con i bombardamenti aerei."

Dopo il Califfato, la turbolenza sunnita

E infatti la battaglia continua proprio in queste ore, casa per casa, con la diplomazia al lavoro per far immediato tesoro delle conquiste militari sul campo perché i colpi di coda sono sempre possibili. L'Isis ha dimostrato la volontà di attivare cellule terroristiche in una guerra asimmetrica con l’Occidente, e la capacità di mettere in moto altri fronti (vedi il Sahel africano) dove sigle islamiste satellitari possono colpire in ogni momento.

È quindi importante che la fase militare e quella diplomatica procedano senza soluzione di continuità; solo così la turbolenza sunnita, ancora scossa dal power change a favore degli sciiti innescato dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, potrà trovare al suo interno leader politici che interrompano la stagione dei califfi. È una partita che inizia ora.

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