Esteri

Libia, c'è solo l'opzione egiziana

L'Italia ha fatto retromarcia sull'ipotesi militare, Londra è preoccupata dalla Russia, gli Usa pensano all’Iraq. Non resta che il Cairo di Al Sisi

Il presidente egiziano, Al Sisi – Credits: STR/AFP/Getty Images

Sembra allontanarsi l’intervento militare multinazionale che il 16 febbraio pareva una delle priorità del ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni. Di Vittorio Emanuele Parsi

Il governo ha fatto una precipitosa marcia indietro, una volta accortosi che il tentativo di internazionalizzare la crisi libica in nome della lotta al terrorismo era destinato a fallire. Proprio come era accaduto  sul fronte dell’emergenza umanitaria collegata all’esodo dei migranti. L’Italia, in buona sostanza, si è accodata agli altri Paesi occidentali, estremamente cauti sull’ipotesi di un intervento militare sotto l’egida Onu per una serie di considerazioni di carattere prettamente politiche e strategiche.


Gli Stati Uniti stanno per inviare di nuovo truppe di terra in Iraq per combattere contro quello che è considerato, giustamente, l’epicentro del nuovo jiahdismo targato Stato islamico. Il presidente Barack Obama ha chiesto un mandato di tre anni, più di quanto lui rimanga ancora alla Casa Bianca, e non intende essere distratto da crisi secondarie.Tanto più mentre la possibilità di un’escalation in Ucraina sembra tutt’altro che  scongiurata. Dello stesso parere è Londra. Il generale britannico sir Richard Shirreff, già vicecomandante supremo della Nato, ha rilasciato dichiarazioni molto preoccupate circa il fatto che la Russia si starebbe apprestando a giocare nelle repubbliche baltiche ex sovietiche (tutte appartenenti sia alla Ue sia alla Nato) una partita analoga, e con i medesimi obiettivi, a quella condotta in Ucraina. Con esiti finora vincenti.


 Resta sul campo la proposta di intervento avanzata dall’Egitto,  dopo i bombardamenti che il Cairo ha effettuato contro l’Isis in Cirenaica, come rappresaglia per la strage di lavoratori egiziani copti. L’ipotesi di un veto russo o cinese contro la proposta egiziana sembra perdere terreno. Sia Mosca sia Pechino sono più preoccupate di quanto diano a vedere per la diffusione dell’infezione islamista, che potrebbe attecchire nel Caucaso, nelle aree musulmane della Russia asiatica e nello Xinjiang cinese, abitato dalla minoranza uigura. E Mosca non sembra intenzionata a fare della Libia una merce di scambio con l’Ucraina.


Considerata l’esiguità delle forze dell’Isis in Libia, un’azione sostenuta dall’Egitto, con una partecipazione poco più che simbolica di altri Stati arabi, potrebbe essere militarmente adeguata. L’appoggio della Lega araba potrebbe dare forza alla proposta egiziana, ma è difficile immaginare che il Qatar e qualche altro emirato non si mettano di traverso.


Dal punto di vista giuridico, in linea di principio occorrerebbe una richiesta d’intervento da parte del governo libico: ma quale? L’esecutivo riconosciuto ufficialmente dalla comunità internazionale è quello di Tobruk. Ma nessuno ha intenzione di rompere completamente con il governo (decaduto) di Tripoli. E un accordo tra le due parti non è in vista. Resterebbe l’opzione di agire nel nome della R2P (responsibility to protect), la responsabilità di proteggere una popolazione oggetto di minacce da parte del proprio governo, oppure la necessità di intervenire quando da un territorio possano partire minacce ai vicini. Mentre la prima fattispecie sarebbe molto difficilmente argomentabile, la seconda è proprio quella che l’Egitto potrebbe invocare con successo.  

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