La nuova, pericolosa alleanza jihadista in Siria

La nascita di una grande formazione islamista sulle ceneri di Al Nusra rischia di allargare ancora di più il fronte dei combattimenti

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Ex combattenti di Al Nusra ad Aleppo nell'ottobre 2016 – Credits: Fadi al-Halabi/AFP/Getty Images

Il gruppo jihadista siriano Jabhat Fateh al-Sham, già noto sotto il nome Fronte Al Nusra fino allo scorso luglio quando l’organizzazione ha annunciato di aver rotto i legami formali con Al Qaeda, ha dichiarato attraverso l’app di Telegram di essersi fusa con altre milizie siriane e di aver preso ufficialmente il nome di Tahrir al-Sham (interamente sarebbe Hay'at Tahrir al-Sham, ossia “Organizzazione per la Liberazione della Siria”), allo scopo di costituire di qui in avanti un «melting pot per tutte le parti in lotta».

Secondo il comunicato, il leader del nuovo gruppo è divenuto Hashem al-Sheikh, già noto come Abu Jabir, che in precedenza era stato a capo del potente gruppo ribelle islamista Ahrar al-Sham, mentre nessuna menzione è stata fatta a riguardo di Abu Mohammed al-Joulani, leader di Jabhat Fateh al-Sham (ex Al Nusra), anche se si ritiene che Joulani sia rimasto comunque al comando delle operazioni militari all’interno della nuova formazione.

 Abu Jabir alias Hashem al-Sheikh è nato nel 1968 ad Aleppo. Si ritiene che abbia combattuto al fianco di Al Qaeda in Iraq sotto Abu Musab al-Zarqawi e che abbia poi contribuito a portare combattenti jihadisti dall’Iraq alla Siria. Secondo rapporti d’intelligence, sarebbe stato arrestato in Siria prima del 2010 e sia poi stato rilasciato nel 2011 insieme a molti altri islamisti.

 La nascita di Tahrir al-Sham sotto la guida di Abu Jabir avrebbe ricevuto la benedizione anche del controverso religioso saudita Abdullah al-Muhaisini, considerato da tempo un terrorista dagli Stati Uniti per i suoi legami diretti con Al Qaeda.

 

Chi è confluito nella nuova organizzazione
A confluire in Tahrir al-Sham sono state principalmente quattro fazioni: il movimento Nur al-Din Zinki, una delle più importanti fazioni ribelli che operavano ad Aleppo; il gruppo jihadista del Fronte Ansar al-Din; il gruppo Jaysh al-Sunnah, che opera e controlla l’area intorno alla città di Homs; e il gruppo Liwa al-Haqq, operativo a Idlib, ma anche ad Aleppo e Hama. La decisione è stata presa a Idlib, dove la maggior parte delle forze dell’opposizione anti-Assad sono confluite per ricompattarsi e continuare a dare battaglia alle forze governative, dopo aver perso Aleppo.

 Ma questa mossa, che intende ricompattare un fronte disunito, non è piaciuta affatto ad alcune delle fazioni militanti che concorrono all’insurrezione, la maggior parte delle quali è marcatamente di stampo jihadista. Jund al-Aqsa, ad esempio, ritenuta molto vicina allo Stato Islamico, ha ingaggiato una violenta rappresaglia per la decisione dei qaedisti, che ha portato a una vera e propria “guerra per il controllo” della provincia di Idlib. Gli scontri hanno sinora lasciato sul campo circa settanta uomini dall’una e dall’altra parte, e si sono poi estesi anche alla provincia di Hama.

 Già lo scorso gennaio c’erano stati segnali di frizione all’interno della compagine ribelle: la stessa Ahrar al-Sham aveva ingaggiato scontri con Jabhat Fateh al-Sham (oggi Tahrir al-Sham) nella zona di Idlib. Singolare che proprio da questo importante gruppo sia poi emersa la figura di Hashem al-Sheikh, segno della complessità e della trasversalità degli accordi e della scalata al potere interna alle organizzazioni, ma soprattutto della vittoria della componente oltranzista e radicale sulle fazioni moderate.

 

La posizione di Damasco
Per il regime siriano la notizia non può che essere positiva, considerato il sempreverde concetto strategico del divide et impera. Sino a che si combatteranno tra loro senza formare un gruppo unito, infatti, le forze anti-regime non rappresenteranno una minaccia incombente per Damasco e, se questo non favorisce la vittoria, quantomeno garantisce il congelamento della situazione attuale. Il sogno di Jabhat Fateh Al Sham di distaccarsi da Al Qaeda e di incorporare tutte le opposizioni che concorrono alla lotta contro Bashar Al Assad, infatti, è tramontato.

 Ciò nonostante, la radicalizzazione dei ribelli dovrebbe suonare anche come un allarme nel medio e lungo periodo. Il riposizionamento delle milizie, infatti, indica la vitalità dei gruppi e più in generale il dinamismo della galassia jihadista: tutto ciò induce a ritenere che queste formazioni abbiano ambizioni territoriali nella regione, soprattutto per il fatto di essere composte in massima parte da siriani. Ne discende che la loro presenza fisica in questo paese fallito sarà durevole e, dunque, dal loro punto di vista la guerra è lungi dal concludersi.

 

 

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