Siria, la conferenza di Ginevra è già fallita?

 Una girandola di dichiarazioni controproducenti tra UE, Russia e Israele mina le speranze di pace ancor prima dei colloqui

Nel suk di Damasco, Siria

– Credits: Il suk di Damasco (ANSA)

Per Lookout news 

Riassunto delle puntate precedenti: continua il balletto delle dichiarazioni schizofreniche e incontrollate attorno al disastro siriano, con buona pace delle strategie volte a raffreddare il fronte di guerra in attesa della conferenza di pace di Ginevra. Nella sola giornata di ieri, si sono affastellate dichiarazioni al vetriolo tra UE, Russia e Israele dopo che l’Unione Europea, in vista del rinnovo dell’embargo alla Siria, ha affermato di non avere intenzione di dargli seguito, con ciò dando il calcio d’inizio a una serie di botta e risposta fra i Paesi coinvolti e lasciando adito alle voci secondo cui l’Occidente, in questo modo, avrebbe iniziato a rifornire di armamenti il Free Syrian Army.

Cosa prevede l’embargo
L’embargo in scadenza alla Siria (scade il 1 giugno 2013), prevede: il divieto di esportazione/importazione di armi e attrezzature, di materiale militare non letale e la fornitura di assistenza tecnica; gli aerei cargo siriani sono banditi da tutti gli aeroporti UE; l’obbligo per i Paesi dell’Unione di ispezionare navi e aerei siriani sospetti; il divieto di esportare apparecchiature di monitoraggio e il congelamento dei beni di gruppi responsabili o coinvolti nella guerra in Siria (179 soggetti e 54 gruppi).

Panico diffuso per alcune ore dopo la dichiarazione di Bruxelles, salvo poi la precisazione: l’UE non offrirà alcuna fornitura di armi ai ribelli siriani, almeno non prima della fine della Conferenza di pace di Ginevra, dove in quel di giugno si attovaglieranno tutte le parti in causa. Poi, la puntualizzazione di Francia e Regno Unito - che, per inciso, sono i protagonisti della fine dell’embargo, questione sulla quale hanno premuto fino ad averne ragione - le quali si sono accontentate di convergere sulla data del 1 agosto comedead lineipotetica prima di procedere a un invio ufficiale di armi.

Il balletto russo
Quindi, è seguito l’annuncio della Russia: Mosca fornirà già nei prossimi giorni al regime di Damasco i sofisticati missili terra-aria S-300 quale “misura di deterrenza”, per sgombrare il campo da ogni tentativo di intervento straniero in Siria prima della conferenza (ma anche dopo, a questo punto). Nell’onorare il contratto da 900 milioni di dollari per la fornitura di quei missili - che era stata congelata solo pochi giorni prima, nel timore che Assad li rivolgesse contro Israele - Mosca fa la voce grossa: tutti sanno, infatti, che quei missili sono l’avanguardia e che ogni batteria di S-300 è capace di seguire contemporaneamente fino a 100 bersagli in funzione anti-aerea e ha una capacità di gittata di 300 km (tanto per intendersi, la distanza in linea d’aria tra Damasco e Tel Aviv è di soli 215 km).

Inoltre, quei missili sono gli stessi che nel 2010 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU bloccò poco prima che giungessero a Teheran, in Iran, proprio perché ritenuti estremamente pericolosi, ancor più dei Patriot americani. Insomma, per la Russia vale l’adagio “a ogni buon intenditor, poche parole”.

L’irritazione di Israele
Quindi, è stata la volta di Israele, il cui ministro della Difesa, Moshe Yaalon, dopo aver letto la dichiarazione del Cremlino, ha avvertito: “sappiamo già cosa fare” se quella fornitura da parte di Mosca giungerà a destinazione, confermando la linea dura ma anche il nervosismo alle stelle, sopratutto dopo che i libanesi di Hezbollah hanno ingaggiato la lotta al fianco di Assad. A chiudere il giro di valzer di dichiarazioni, è stato infine il Generale Salim Idris, capo militare del Free Syrian Army ribelle, che ha definito la decisione dell’UE “molto deludente”.

Le prospettive della conferenza di pace
Tutto congelato fino a “Ginevra 2”, dunque. Eppure, qualcosa già non torna. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, se è vero che “non ci sarà una maggiore sconfitta strategica per l'Iran che assistere al crollo del regime di Assad” come si vocifera a Washington, gli USA stanno aspettando a prendere una decisione non tanto la conferenza ma, soprattutto, la contemporanea elezione del nuovo presidente in Iran (14 giugno), dove comunque gli otto candidati sono tutti espressione dei conservatori fedeli all’ayatollah Khamenei.  

Per quanto riguarda l’Europa, invece, Le Monde ha appena pubblicato un’inchiesta da Damasco che comproverebbe l’uso - peraltro, molto scaltro - di armi chimiche da parte dell’esercito fedele al regime. Segno che Parigi e Londra sono di nuovo in prima fila, come già in Libia. Insomma, se la prossima conferenza di pace si apre con una simile dialettica, sotto questi auspici si può bene immaginare il successo che avrà. Alla prossima puntata.

 

 

 

 

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