Assad, Al Baghdadi e Kerry. Tutti vogliono la Siria

Il segretario di Stato dice di voler riaprire i negoziati con Assad, ma il dubbio è che Damasco stia flirtando ora con l'Isis: ecco come

Il monito di Bashar al-Assad

Il presidente siriano Bashar al-Assad in una foto recente. (Credits:Lapresse/AP Photo / Remy de la Mauviniere)

Per Lookout news

Il Segretario di Stato americano, John Kerry, è tornato a spingere per “riaccendere i negoziati con il governo di Damasco”, riabilitando per l’ennesima volta la figura del presidente Bashar Assad e resuscitando la pur fallimentare Conferenza di Ginevra del 2012. Tuttavia, quella Conferenza stabiliva la necessaria formazione di un governo di transizione e l’organizzazione di libere elezioni per tutta la Siria. Il che significava esplicitamente un passo indietro dello stesso Assad. Qualcosa ci sfugge.

 Dopo quattro anni di guerra e oltre duecentomila morti, gli Stati Uniti hanno ancora il coraggio di dire, per bocca del loro rappresentante estero, che “non esiste una soluzione militare, c'è solo una soluzione politica”. Forse, però, John Kerry dimentica qual è la situazione sul campo e non deve aver ancora inquadrato bene “Mr. Assad”. Il governo di Damasco non controlla più la Siria e si è assestato nella capitale Damasco, a Homs, Hama, e lungo la costa, tra Tartus e Latakia. Ma non controlla affatto né Aleppo, né RaqqaDeir El Zor e nemmeno la strada verso l’Iraq, dove invece dal giugno del 2014 domina lo Stato Islamico.

Il governo di Damasco non controlla più la Siria e si è assestato nella capitale Damasco, a Homs, Hama, e lungo la costa, tra Tartus e Latakia. Ma non controlla affatto né Aleppo, né Raqqa né Deir El Zor e nemmeno la strada verso l’Iraq

Nel 2013 gli Stati Uniti non hanno voluto colpire Assad e oggi non intendono intervenire sul campo contro lo Stato Islamico, limitandosi agli strike aerei. Al contrario, Assad ha colpito duramente i ribelli siriani (che sono altra cosa dallo Stato Islamico), ma non colpisce ISIS né il loro quartier generale a Raqqa, da dove gli uomini di Al Baghdadi continuano a gestire in tutta tranquillità i propri affari e a ordinare nuove manovre militari.

 

La Siria collabora con lo Stato Islamico?
Tutto questo ci dice due cose. Primo, per quanto ci provino, gli Stati Uniti non sanno davvero più che cosa fare in Siria e a torto si sono convinti che Bashar Al Assad sia il solo argine possibile contro l’estremismo islamico in quell’area. Secondo, esiste invece un tacito accordo tra il governo di Damasco e ISIS per il mantenimento dello status quo.

In un interessante articolo intitolato “Isis – Inside the army of terror”, scritto a quattro mani dai giornalisti Michael Weiss e Hassan Hassan e tradotto da Daniele Raineri per Il Foglio, si può leggere: “Che Assad sia considerato un baluardo contro lo Stato islamico è la più grande barzelletta in questa guerra. C’è una convergenza d’interessi, anche se non un’alleanza nel senso stretto della parola. Non dico quindi che il governo siriano stia gestendo questo conflitto assieme allo Stato islamico oppure che prenda decisioni assieme alla leadership del gruppo estremista, questo no, o che si stiano telefonando o comunque condividano i loro piani. Dico invece che il governo siriano è sempre stato un grande supporter dello Stato islamico perché questo fa parte della sua politica estera”.

Questo è il cuore di un ampio e solido dossier, che punta a sottolineare ciò che era già emerso proprio durante la Conferenza di Ginevra del 2013, quando l’opposizione siriana domandò al ministro degli esteri siriano, Walid al-Muallim: “Perché bombardate ogni giorno Aleppo con i barili bomba e non bombardate mai la capitale dello Stato islamico, Raqqa? A Raqqa tutti sanno dove sono le basi degli uomini di Baghdadi, sono state dipinte di nero con enormi simboli bianchi eppure non sono mai state toccate”.

 

Perché Assad flirta con l’ISIS
Quale potrebbe essere la ragione di tutto questo? Gli interessi comuni tra Assad e Al Baghdadi sono il commercio del petrolio e la volontà di sconfiggere i ribelli moderati. Per i miliziani dello Stato Islamico, infatti, i proventi del petrolio estratto dai pozzi sotto il loro controllo rappresentano la fonte principale della loro economia e il mezzo per poter proseguire la loro guerra, che ha costi sempre più alti.

 Scrive Raineri in proposito: “Oltre a essere un cliente, il governo siriano aiuta anche lo Stato islamico nella gestione tecnica dei pozzi, perché il ministero del Petrolio continua a tenere negli impianti di estrazione il personale specializzato e a pagarne gli stipendi. Il greggio viene venduto al governo, che lo redistribuisce nelle aree sotto il suo controllo a prezzo relativamente basso e questo contribuisce a tenere calma la popolazione. In alcuni casi, il governo scambia i rifornimenti di greggio con rifornimenti di energia elettrica alle zone controllate dallo Stato islamico”.

Damasco, invece, collaborando implicitamente con gli jihadisti, può evitare di impiegare i propri sforzi bellici contro i miliziani sunniti e concentrare i propri sforzi bellici su quelli che considera i suoi principali nemici, cioè quei ribelli laici della rivoluzione siriana un tempo ben visti dalla comunità internazionale, che vorrebbero sostituirsi al regime stesso una volta finita la guerra. I ribelli siriani sono ostacolati anche dallo Stato Islamico, che da quel bacino pesca sempre più uomini e, dove non può, li combatte apertamente per espandere il proprio potere.

La versione della Casa Bianca
In mezzo a tutto ciò, John Kerry e gli Stati Uniti. La Casa Bianca, provando a scendere a patti con la realtà, crede che riavvicinarsi ad Assad oggi sia il miglior modo per contenere lo Stato Islamico in Siria, così come avvicinarsi all’Iran è un modo per contenere il Califfato in Iraq. Avvalersi delle forze locali, insomma, invece che spedire militari americani a risolvere una guerra che “non è la loro”, come ripetono gli iracheni da tempo. È tutta qui la strategia di Washington. La soluzione politica è infatti di là da venire, mentre oggi bisogna concentrarsi piuttosto sulla guerra.

 Ciò detto, alla luce dei possibili accordi sottobanco tra Bashar Al Assad e Abu Bakr Al Baghdadi (in senso solo figurativo, non è che i due si parlino davvero) in Siria, e stante la difficoltà dimostrata sul campo per riprendere le aree cadute sotto il controllo dell’ISIS in Iraq (dopo due settimane di assedio, la città sunnita di Tikrit non risulta essere stata ancora liberata dalle truppe irachene appoggiate dalle milizie iraniane), qualche dubbio sulle certezze del Segretario di Stato USA John Kerry viene spontaneo.

Il direttore della CIA, John Brennan, insiste su un punto chiave: “nessuno di noi, Russia, Stati Uniti, la coalizione internazionale e gli Stati nella regione, vuole vedere un crollo del governo e delle istituzioni politiche a Damasco. L’ultima cosa che vogliamo è veder marciare ISIS verso la capitale siriana”. Ma non essendo né Damasco né Baghdad in grado di fermare o distruggere lo Stato Islamico, questo si traduce con la prospettiva di almeno un altro intero anno di guerra.

 

 
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