Esteri

Hillary addio, Kerry cambia stile

Poca apparenza, molti risultati: per la diplomazia Usa, il neo segretario di Stato adotta un nuovo genere

John Kerry in un recente viaggio a Roma

John Kerry in un recente viaggio a Roma – Credits: Ansa/Alessandro Di Meo

Preferisce la cucina francese. Va pazzo per le corse dei tori nelle vie di Pamplona. Per il resto John Kerry, 69 anni, adora l’Italia. A 18 anni percorse la Penisola a bordo di un taxi londinese assieme a David Thorne, ambasciatore (uscente) Usa in Italia e suo ex cognato. Proprio per questo non può sorprendere che, per la seconda volta in due mesi, il segretario di Stato americano, succeduto a Hillary Clinton, abbia scelto Roma come capitale diplomatica per condurre in gran segreto le trattative di pace fra israeliani e palestinesi. Sì, perché Kerry ha deciso di rischiare tutto su un dossier impossibile, che ha bruciato carriere di fior di presidenti.

Uno strappo rispetto ai quattro anni da rockstar di Hillary Clinton, che amava vendere il «brand America» nei più sperduti angoli del globo, più che impegnarsi nella diplomazia classica, fatta di mediazioni, colloqui ufficiali, ma anche canali top secret. È lo stileNew England quello di Kerry, che vanta 28 anni d’esperienza alla commissione Esteri del Senato e le credenziali di chi è nato in una famiglia di diplomatici, conosce quasi tutti i leader mondiali e parla francese e tedesco

A differenza di Hillary, che non poteva sbagliare un colpo per non compromettere la corsa alla Casa Bianca nel 2016, Kerry, sconfitto da George W. Bush nel 2008, è a fine carriera e può permettersi qualche errore, pur di lasciare traccia nei libri di storia. Ben accetto dunque il negoziato israelo-palestinese (dal quale s’è tenuta ben lontana «Madame secretary») e impegno totale per risolvere la crisi siriana cercando di convincere il riottoso Vladimir Putin.

Da quand’è arrivato a Foggy Bottom, oltre a essersi ridotto del 5 per cento lo stipendio annuale di 183.500 dollari (ha un patrimonio di 184 milioni di dollari più una ricchissima moglie erede dell’impero del Ketchup Heinz), ha dichiarato che la sua politica estera ha una parola d’ordine: «engagement». Cioè il coinvolgimento diretto dei nemici più incalliti, siano essi nordcoreani o iraniani. Sarà difficile vederlo ballare nei club di Cartagena, in Colombia, come fece Hillary. Più freddo e attento a non sovrapporsi a Barack Obama, passerà da un’ambasciata a un palazzo governativo, per ricordare che «la diplomazia è la via più lunga fra due punti», come ama ripetere citando il drammaturgo Pierre Decourcelle

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