Esteri

La grande avanzata degli arabo-israeliani

Perché l'affermazione della Union List di Ayman Odeh potrebbe evitare lo scivolamento verso uno Stato confessionale

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Ayman Odeh, la moglie Nardine Aseli, e i figli alle urne – Credits: GETTY

La indiscutibile vittoria di Benjamin Netanyahu nelle elezioni legislative, quando tutte le previsioni della vigilia facevano immaginare un'affermazione di misura del centrosinistra guidato da Herzog e Tzipi Livni, non può oscurare la consistente avanzata della Union List, la coalizione arabo-israeliana che ha conquistato 14 seggi alla Knesset, diventando per la prima volta nella Storia la terza forza politica di Israele.

Per gli ex comunisti di Haddash e i due partiti arabi (Ual-Ta’al e Balad) che hanno dato vita a questa nuova sigla, è un risultato senza precedenti che non solo fornisce finalmente una rappresentanza all'altezza a quel popolo invisibile (come lo ha definito uno straordinario libro di David Grossman) che rappresenta il 20% della popolazione ma consente anche di non disperdere quel carattere multietnico e non confessionale dello Stato di Israele che ha ispirato i grandi padri del sionismo come Ben Gurion e Golda Meyr. La vittoria della Union List è anche, paradossalmente, la vittoria della democrazia israeliana e di un sionismo non solo difensivo ma capace di non innalzare steccati etnici, come era agli albori della fondazione di Israele.

Considerati dalla destra come la quinta colonna del nemico palestinese in patria, disprezzati dal premier Netanyahu che non ha esitato a fare un discutibile appello al voto utile contro di loro quando le urne erano ormai chiuse, gli arabo-israeliani hanno risposto in massa riversando le loro speranze nelle urne e mettendo le ali a una formazione inizialmente nata per evitare la dispersione elettorale, ma che in prospettiva, come terza politica della Knesset, potrebbe diventare anche un antidoto alle pulsioni xenofobe che vorrebbero trasformare questo straordinario Paese nello Stato degli ebrei dove i cittadini delle minoranze musulmane e cristiane avrebbero solo un diritto dimezzato di cittadinanza.

Il leader della Union List - unica formazione che si autodefinisce non sionista nel panorama israeliano ma che comunque sposa la soluzione dei due popoli e dei due Stati - è il carismatico Ayman Odeh, ha 41 anni e in passato è stato segretario generale di Haddash. Di formazione laica, ex esponente del consiglio comunale di Haifa, Odeh è un avvocato proveniente da una famiglia araba e di sinistra. Si è battuto, come prima di lui avevano fatto con successo i drusi israeliani e gli ebrei ortodossi esentati per motivi religiosi dal servizio militare, contro il piano del governo di obbligare i cittadini arabi a servire nell'esercito e costringerli così, indirettamente, a sparare sui loro parenti che vivono nei Territori.

Certo, la grande mobilitazione degli elettori arabo-israeliani in queste elezioni ha consentito a Netanyahu di fare il pieno tra gli elettori nazionalisti, sfruttando la paura del nemico interno. Ma la vittoria della Union List è indiscutibile. Ed è avvenuta chiamando alla collaborazione anche quegli ebrei politicizzati e non sionisti che costituiscono ormai da decenni una delle tante piccoli-grandi anomalie dello Stato di Israele.

Al centro dell'agenda di Odeh, è bene ricordarlo, non c'era la lotta senza quartiere contro l'occupazione, ma la situazione economica e sociale in cui versa la minoranza araba, la disoccupazione femminile, il riconoscimento delle comunità beduine nel Negev, il trasporto pubblico nelle città arabe. Tutti temi - ha sempre detto Odeh - che devono essere risolti con la coperazione tra arabi ed ebrei. E senza soffiare sul fuoco delle differenze confessionali. La scelta si è rivelata vincente: a votarlo non sono stati solo i cittadini arabi. Quella israeliana si è rivelata anche oggi, con questo piccolo virus entrato nel cuore della Knesset, una democrazia ricca e vivace.

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