Esteri

Il dilemma di Israele: a Gaza è meglio fermarsi?

Al settimo giorno di raid nuovi razzi su Israele dal Libano e un drone dalla Striscia. Netanyahu non ha ancora fatto sapere quando l'operazione terminerà o se ci saranno altri blitz via terra

Israele. Razzi lanciati da Gaza in direzione di Sderot – Credits:  JACK GUEZ/AFP/Getty Images

Dopo sette giorni di bombardamenti a Gaza e un'operazione terrestre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ha ancora fatto sapere se la fine dell'intervento "Protective Edge" è vicina o siamo, invece, alla vigilia di un massiccio attacco via terra, strutturato in tempi più lunghi di quelli di un blitz.

Continuano le pressioni della comunità internazionale per un cessate il fuoco. Da parte palestinese Israele viene accusato di "genocidio". Manifestazioni in favore della Palestina si sono tenute in tutto il mondo, e in diversi casi sono sfociate nella violenza come a Parigi. Martedì arriva a Tel Aviv il ministro degli Esteri tedesco, mentre Netanyahu è in contatto telefonico con John Kerry, il segretario di Stato Usa, che ha espresso la sua "preoccupazione per il blitz terrestre a Gaza". 

Le opzioni sul tavolo dell'ultimo Gabinetto di sicurezza di Israele vanno dall'invio delle truppe a Gaza per operare con una terza parte "esterna" (gli Usa, l'Egitto, il Qatar o la Turchia), con l'intenzione di negoziare il cessate il fuoco, oppure un cessate il fuoco unilaterale per sondare la reazione di Hamas.

In ogni caso la decisione va presa in fretta, per evitare che aumenti il numero delle vittime civili. La scelta che Netanyahu ha davanti è tra un intervento "rapido e doloroso", oppure un'operazione "lunga e debole", scrive in un editoriale il quotidiano Haaretz, che sottolinea come, in ogni caso, "la gente comprerà quello che Benjamin Netanyahu gli venderà". Anche se gli ultimi sondaggi registrano una flessione nel consenso popolare in favore del premier, sceso dal 45 al 40% dopo l'inizio dei raid a Gaza.

Sempre secondo il quotidiano progressista israeliano, l'IDF "non è capace di raggiungere obiettivi offensivi", mentre è più brillante sulla fase difensiva. E questo non avviene solo a causa dei militari, ma dei politici che hanno la responsabilità delle mosse dell'esercito e che lo governano.

Intanto, dal sud del Libano è stato lanciato un altro razzo, mentre da Gaza si registra il primo lancio di drone, abbattuto dai missili patriot israeliani. Si chiama Iron Dome, ed è il sistema di difesa dai razzi che utilizza Israele per proteggersi. Un sistema che non potrebbe funzionare senza l'assistenza e i fondi degli Stati Uniti. E' questo che probabilmente frena Netanyahu dallo scatenare l'esercito a Gaza. La "preoccupazione" degli Usa pesa molto più di quella del resto della comunità internazionale.

L'amministrazione americana e il Congresso hanno contribuito a dotare Israele di "armi di difesa" in modo tale che lo Stato ebraico non sia costretto a usare la forza, soprattutto in aree che sono densamente popolate come la Striscia di Gaza. Perciò, finché Israele riuscirà a neutralizzare i razzi che gli piovono addosso da Gaza grazie alla "generosità" americana - scrive Haaretz - Barack Obama farà qualsiasi sforzo per evitare che il governo di Netanyahu dia il via a massicce operazioni di terra.

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