Battaglia di Mosul, Iraq
Esteri

L'Isis è (quasi) morto: adesso bisogna vincere la pace

La caduta di Mosul in Iraq (e Raqqa in Siria) apre la fase della ricostruzione e pacificazione. Servirebbe un'America forte e con le idee chiare (non c'è)

Le cadute di Mosul in Iraq e (quella ormai prossima) di Raqqa in Siria, segneranno, secondo quasi tutti gli osservatori, la fine dell'Isis come entità territoriale, tre anni dopo il suo insediamento come qualcosa di simile a uno Stato.

Eppure anche dopo Mosul, la guerra da parte del governo iracheno (per la Siria la situazione è ancora più complessa e confusa) sarà tutt'altro che vinta.

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Fasi di espansione e ritirata dello Stato Islamico in Siria e Iraq, 9 luglio 2017. – Credits: ANSA/CENTIMETRI

 

Ora si tratta di evitare che l'ostilità, la sfiducia, la paura, la diffidenza dei sunniti - sentimenti e motivazioni alla base del consenso dello Stato islamico e di Al Qaeda - si trasformi in una nuova forza distruttiva.

Al centro del bagno di sangue del Medio Oriente, scrive l'Economist di questa settimana, c'è infatti il senso di espropriazione degli Arabi sunniti in questi dieci anni dalla seconda guerra in Iraq. Antony J. Blinken sul New York Times ci ricorda che in Iraq e Siria vivono 25 milioni di arabi sunniti, sostanzialmente alienati dai rispettivi governi.


Conquistare (il cuore de) i sunniti

Gli Stati Uniti non dovrebbero quindi ripetere l'errore fatto dopo il 2003, quando, conquistata Baghdad hanno sostanzialmente lasciato solo l'Iraq e permesso che fosse la rivolta dei gruppi armati e estremisti sunniti a riempire il vuoto di potere. Certo, per ottenere un risultato di pacificazione sarebbe necessario assicurare il pluralismo, il dialogo e la partecipazioni dei vari gruppi presenti in Iraq.

Tenendo conto anche dell'inevitabile confronto con le milizie sciite sostenute dall'Iran (Der Spiegel.en), che saranno diffidenti e probabilmente ostili davanti a ogni ripresa del protagonismo sunnita. E naturalmente accordandosi con i curdi e con le loro ambizioni statuali fra Iraq e Siria.

I curdi e il Kurdistan

I curdi, ha scritto Joost Hiltermann sul blog della New York Review of Books ("Iraq: The Battle to Come"), dovranno accettare il fatto che anche le loro mosse nel nord dell'Iraq - in particolare attorno a Mosul e Kirkuk - hanno contribuito a spingere molti arabi sunniti dalla parte dell'Isis: disposti ad accettare la protezione di chiunque tenesse a freno le milizie curde.

Per i dirigenti del Kurdistan iracheno, la guerra con l'Isis è stata l'occasione per assorbire i territori del nord del paese, non solo quelli a maggioranza curda, di fatto già governati dal 2003, ma ora anche le zone e centri abitati da arabi sunniti, nel bottino da tempo desiderato. Questa operazione, che ha al centro Kirkuk e i suoi pozzi petroliferi, ha creato molti sfollati arabi che premeranno per tornare e che, se troveranno ostilità e discriminazioni, potrebbero farsi attrarre dalla nuova Isis o da altre formazioni arabo-islamiste.


Come?

Ricostruzione

In primo luogo aiutando e garantendo la ricostruzione delle parti del paese più distrutte e dove sono maggiori le difficoltà. Sempre l'Economist, citando i dati dell'Onu, ricorda che a Mosul, per esempio, circa 900mila dei 2 milioni di abitanti della città sono sfollati; e 700mila di questi sono ancora senza casa.

Almeno 200mila degli sfollati non hanno più la casa dove ritornare. E sono in buona misura persone che provengono dai quartieri più poveri, dove storicamente l'Isis ha reclutato con una certa facilità. Il settimanale londinese scrive anche che secondo le stime del governo di Baghdad, per rendere di nuovo vivibili le aree liberate dallo Stato islamico servirebbero tanti soldi quanti quelli spesi dagli americani e dagli iracheni per vincere la guerra. Soldi che, per ora, non ci sono. E anche se arrivassero - è previsto a Washington la prossima settimana l'avvio di un negoziato per un piano decennale - vanno poi assegnati gli appalti e fatti tutti lavori necessari.

Intanto, i media internazionali riportano i mugugni della popolazione di Mosul che dice che l'Isis era efficiente nel raccogliere l'immondizia e nel far funzionare i servizi elementari di fornitura della città.

Terrorismo

Per vincere la pace, è poi necessario fronteggiare le cellule terroristiche che i militanti dell'Isis stanno creando nelle zone liberate e che già si manifestano sotto forma di attacchi suicidi e omicidi mirati e colpi di coda micidiali in altre parti del paese (Reuters).

Gli Stati Uniti

Vincere la pace in Iraq sarà dunque un compito difficilissimo. Per portarlo a termine, sottolinea l'Economist, servirebbe una politica estera americana determinata. Trump però ha le idee confuse; all'amministrazione mancano almeno 200 nomine in funzioni connesse alla politica estera; e non va dimenticato che tutta la matassa irachena è ingarbugliata con quella ancora più scottante della Siria, nella quale sono implicate la Russia, ancora e più pesantemente che in Iraq, l'Iran. E sullo sfondo c'è il conflitto latente degli stati del golfo con il Qatar (dove gli Stati Uniti hanno la più grande base militare della regione) con l'Arabia Saudita protagonista.

(Questo articolo è stato pubblicato il 7 luglio del 2017 e leggermente rieditato con alcune aggiunte il 10 luglio)

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