Esteri

Perché bisogna parlare con i terroristi dell'Isis

L'ex negoziatore britannico per l'Irlanda del Nord smonta il paradigma del no alle trattative e spiega che la pace si ottiene solo dialogando con il "male"

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Dimostrazione anti Isis dei curdi iracheni – Credits: Mandel Ngan/Getty Images

Dopo i video terribili degli ostaggi decapitati, e i racconti dell’orrore vissuto dai profughi cristiani e yazidi è difficile immaginare che si possa trattare con i tagliagole dell’Isis.

Del resto l’ex vicepresidente americano Dick Cheney diceva “Non si tratta con il male, si sconfigge”. Eppure c’è chi come Jonathan Powell che tra il 1997 e il 2007 fu il capo negoziatore del governo britannico per l’Irlanda del nord, sostiene che il terrorismo non si possa sconfiggere solo con le armi e che il dialogo sia una strada necessaria:  “la storia suggerisce che di solito non battiamo i terroristi, ma quasi sempre finiamo per parlarci” afferma Powell, che aggiunge: “L’Irgun di Menachem Begin nel 1946 fece un attentato all’hotel King David, uccidendo 91 persone. Le autorità britanniche lo definirono terrorista e gli diedero la caccia. Ma quando divenne primo ministro di Israele e fece la pace con l’Egitto fu lodato come statista”.

Nel libro Talking to terrorist. How to end armed conflicts (Parlare con i terroristi. Come porre fine ai conflitti armati) Powell smonta le principali obiezioni alla via del negoziato.

1) Parlare con i terroristi significa cedere a un ricatto e incoraggiare altri gruppi a prendere le armi

In realtà parlare con i terroristi non significa arrendersi alle loro richieste. Non sono i negoziati a favorire ulteriori ricatti, ma i termini dello stesso. Le trattative non sono un segno di debolezza, molto più spesso dimostrano la forza e la fiducia di un paese in se stesso. Il problema nel 1938, ricorda Powell, non fu che il primo ministro inglese Neville Chamberlain andò a Monaco per parlare con Hitler, ma piuttosto fu credere che il dittatore potesse essere “comprato” con un pezzo di Cecoslovacchia.

2) Parlare con i terroristi è inutile perché sono psicopatici.

No, non sono né pazzi né amorali, perseguono razionalmente i loro obiettivi, solo che non è         sempre è facile comprendere la loro logica. Ci vogliono tempo e sforzi

3) Parlare con i terroristi è immorale: prendersi questo impegno sarebbe un modo per ricompensare il loro comportamento.

In sostanza il semplice fatto di trattare con gruppi considerati illegali sarebbe una macchia per lo stato che si suppone rappresenti i valori più alti di legalità e legittimità. Tuttavia “siamo pronti a parlare con governi che usano violenza, anche orribile, sul proprio popolo. È perverso rifiutarsi di fare lo stesso con gruppi armati non statali” osserva Powell. “nella nostra vita quotidiana, almeno da adulti, non ci sogneremmo mai di rifiutarci di parlare con qualcuno per punizione!”

4) Parlare con i terroristi significa legittimarli e dare loro la pubblicità che cercano così disperatamente.

Certo, concede Powell, ma“siamo sicuri che questa pubblicità porti loro benefici?” si chiede. Quando il movimento per la liberazione di Aceh ruppe le trattative nel 2002, o quando lo fecero le Farc dal 1998 al 2002, la reazione della gente e della comunità internazionale fu di marginalizzarli, perché avevano rifiutato un’offerta considerata “generosa”. La legittimazione temporanea non è un prezzo eccessivo da pagare in un processo di pace, osserva Powell, ciò che un governo “non può assolutamente fare è considerare i gruppi armati come i soli legittimi rappresentati dei loro popoli”.

5) Parlare con i terroristi significa indebolire i moderati, che si innervosiscono se il governo agisce alle loro spalle.

“Era l’argomento usato dai cattolici moderati dell’Sdlp in Irlanda del Nord” ricorda Powell. “Si lamentavano che il governo inglese invece di trattare con loro parlasse con il Sinn Féin, solo perché aveva le armi”. Avevano ragione. “Se vuoi fermare la violenza devi parlare con quelli che hanno le pistole” commenta Powell

6) Parlare con i terroristi rischia di mettere a repentaglio la stabilità del sistema politico.

Di sicuro avverte Powell se un leader appare disperato nella sua ricerca della pace mina la sua credibilità politica, ma di fronte a sforzi genuini e seri per fermare la violenza la popolazione è propensa a concedere al governo il beneficio del dubbio. E sicuramente le possibili conseguenze politiche avverse non possono essere una ragione per sottrarsi alle proprie responsabilità.

7) Parlare con i terroristi offre loro una chance di fermarsi e recuperare le forze.

“Considerare un cessate il fuoco come una minaccia è paradossale” argomenta Powell, “È il governo che chiede la fine delle violenze e i terroristi, semmai, a temere l’effetto di un cessate il fuoco sul morale e sull’abilità di combattere”

8) Parlare con i terroristi può portare a inattese esplosioni di violenza

È successo con l’Eta e con l’Ira. Ovviamente, conclude Powell, “è sempre possibile gestire malamente un processo di pace, come qualsiasi altra decisione politica, ma non è un buon motivo per non avviare le trattative per la pace”.






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