Esteri

Isis, l’esercito non sfonda a Tikrit

Prime difficoltà per l'offensiva dei governativi. Oltre 60 morti al giorno certificano lo stallo: senza l’aiuto Usa, liberare l’Iraq sarà arduo

Tikrit

Tikrit, 12 marzo 2015 – Credits: Ahmad Al-Rubaye /AFP /Getty Images

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“L’operazione per riprendere la città di Tikrit è in fase di stallo e le truppe irachene stanno subendo pesanti perdite per mano dei militanti dello Stato Islamico”. Lo scrive il quotidiano americano Washington Post, citando fonti sul campo che affermano come ogni giorno siano oltre 60 le bare di soldati iracheni uccisi in battaglia che fanno ritorno dal fronte in direzione Najaf. Il ministro dell'Interno iracheno, Mohammed al-Ghabban, non smentisce e, anzi, conferma che “l’attacco è stato momentaneamente sospeso”.

 Tikrit, avamposto sunnita dello Stato Islamico, si trova a metà strada tra Baghdad e Mosul. Il 1 marzo 2015 il governo iracheno ha lanciato una grande offensiva per riconquistare la città schierando per la battaglia due intere divisioni, 25mila uomini in tutto, formate da truppe regolari (4mila) e dalle milizie volontarie sciite (15mila), cui si sono aggiunti anche gli iraniani, che oltre a condividere con Baghdad l’appartenenza all’Islam sciita, nutrono grande interesse per l’Iraq. A guidarli sul campo, il generale Qassem Suleimani, comandante della brigata Al Quds, élite della Guardie della Rivoluzione Islamica in Iran.

 

 

Dentro Tikri
Dopo due settimane di violenti scontri, i governativi hanno fatto breccia in città e nei villaggi vicini, per poi assestarsi intorno ai due aeroporti ad est e a sud, mentre a nord si sono posizionati nella base militare Speicher (usata in passato anche dai Marines americani) e nei pressi dell’Università di Tikrit. Ma lo slancio iniziale, che faceva pensare a un’imminente capitolazione dei miliziani sunniti, ha invece conosciuto una serie di battute d’arresto a causa sia dei cecchini dell’ISIS, disseminati ovunque nei palazzi del centro, sia di un impressionante numero di attentati suicida e ordigni esplosivi improvvisati (IED) posizionati in molte strade e palazzi.

Le perdite più pesanti si registrano tra le milizie sciite volontarie accorse a sostegno dell’esercito regolare. Le più agguerrite sono la Badr Organization, Asaib Ahl al-Haq e le Brigate per la Pace di Moqtada al-Sadr. Queste ultime, in particolare, corrispondono agli uomini controllati dal religioso sciita Moqtada al-Sadr, l’artefice della resistenza di Baghdad contro le forze di occupazione nel 2003.

Al Sadr oggi controlla interi quartieri della capitale, conosciuti come “Sadr City”, e dispone di una milizia numerosa e agguerrita, un tempo conosciuta come “l’esercito del Mahdi”. In queste ore, il religioso ha promesso l’invio di forze fresche verso Tikrit, che tuttavia potrebbero non bastare per l’assalto finale. La lotta, infatti, è stata più dura del previsto e ora si teme che questo stallo possa inficiare la successiva campagna primaverile che, secondo i piani del Pentagono, doveva puntare dritta su Mosul, roccaforte del Califfato Islamico.

La coalizione internazionale
Ad oggi, gli USA non hanno partecipato ai combattimenti e le coalizione internazionale non ha effettuato strike aerei sopra Tikrit. Secondo il comando centrale in Medio Oriente, il Centcom, l’offensiva su Tikrit è stata infatti arbitraria e non concordata.

Baghdad ha bruciato i tempi della campagna prevista in primavera, scommettendo sul fatto che il fronte difensivo dello Stato Islamico fosse sguarnito e cedevole e dando credito alle informazioni dei servizi che davano gli uomini di Al Baghdadi in ritirata strategica verso Mosul. A quanto pare, però, la resistenza è più tenace di quanto si pensasse.

Il governo centrale sperava di non dover ricorrere all’aiuto americano e contava di chiudere la partita prima che le temperature raggiungessero gli oltre quaranta gradi che rendono impossibile combattere durante il giorno. Al momento, i funzionari iracheni esprimono ancora fiducia di poter riprendere la città, ma alcuni ufficiali hanno chiesto apertamente l’intervento aereo dellacoalizione internazionale, senza la quale l’assedio potrebbe durare mesi.

 

“Ne abbiamo un disperato bisogno adesso”, ha affermato Jassim al-Jabara, capo del comitato per la sicurezza della provincia di Salahuddin, cui ha fatto eco il Generale Abdulwahab al-Saidi, alla testa delle forze antiterrorismo della provincia, pur sapendo entrambi che non tutti a Baghdad desiderano l’aiuto - o l’intrusione - di Washington.

 

Il punto di vista del Pentagono
In ogni caso, il Pentagono non si sbagliava nel bollare come “immatura” e “inopportuna” la battaglia per Tikrit in questo momento, consapevole sia dell’impreparazione dell’esercito (sono gli americani stessi ad addestrarli) sia delle divisioni interne all’esercito e alla stessa coalizione internazionale. Inoltre, la presenza accertata dell’Iran è fonte d’imbarazzo e di malumori per l’opinione pubblica americana e per la Casa Bianca nei confronti di Paesi come Israele, che vedono l’ingresso di Teheran nella grande guerra mediorientale come fumo negli occhi.

 

La guerra per sradicare lo Stato Islamico da Iraq e Siria, dunque, si complica. Viene il sospetto che sull’intera vicenda qualcosa ancora sfugga all’analisi degli esperti e che la strategia generale sin qui adottata, tanto dal Pentagono quanto dal governo iracheno, sia da rivedere al più presto. L’unica certezza è che se dovessero passare altre settimane in questa fase di stallo o, peggio, se Tikrit non dovesse proprio essere espugnata, l’effetto psicologico per gli uomini del Califfato sarebbe enorme, ribaltando il cosiddetto “effetto Kobane”, dove i Peshmerga curdi hanno respinto gloriosamente le truppe del Califfo. Dunque, la guerra infuria e appare sempre più lontana dalla conclusione.

 

 

 

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