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Isis: i curdi avanzano verso Raqqa

Sono gli unici che vincono sul terreno. E ora sono vicini alla capitale dello Stato islamico. Ma per gli Usa sono alleati di serie B

 

Per LOOKOUT NEWS

Le immagini della distruzione degli antichi mausolei di Mohamed Ben Ali e di Abu Baha Edin nel sito archeologico di Palmira rappresentano solo il lato A della guerra in corso in Siria. Il lato B, quello meno coperto dai media occidentali ma ben più rilevante sul piano militare, è a nord, nella provincia di Raqqa, al confine con la Turchia.

Proclamata capitale dello Stato Islamico in Siria, Raqqa potrebbe presto trovarsi alle porte i miliziani curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo). Conquistata la strategica Tal Abyad la scorsa settimana, negli ultimi giorni i curdi hanno sfruttato la copertura aerea dei caccia della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti per guadagnare terreno, spingendosi fino a soli 30 chilometri dalla roccaforte jihadista.

Tra il 22 e il 23 giugno hanno preso il controllo prima della base militare di Liwa (Brigata) 93, di cui ISIS si era impossessato la scorsa estate annientando la resistenza dei soldati del presidente Bashar Assad. Poi hanno proseguito più a sud, occupando la città di Ain Issa e alcuni villaggi limitrofi.

Nel complesso si tratta di una zona nevralgica per lo sviluppo del conflitto. L’area è infatti situata all’incrocio tra le strade principali che collegano Raqqa ad altri territori controllati da ISIS: a ovest, nella provincia di Aleppo, e a est, nella provincia di Hassakeh.

Le prossime mosse dei curdi
Adesso i curdi potrebbero continuare ad avanzare verso sud puntando su Raqqa. Una lettura che però non appare certa. I vertici dell’YPG non si fidano dell’apparente momento di debolezza dello Stato Islamico e sanno che solo che con le spalle coperte dai raid aerei della coalizione potranno rafforzare la loro presenza in quest’area della Siria.

Anche il Pentagono, più volte contrariato dall’avanzata di ISIS in questi mesi, preferisce mantenere un profilo basso. Un suo portavoce ha spiegato che le sconfitte subite dallo Stato Islamico nelle ultime settimane al confine con la Turchia dimostrano solo che i curdi, se posti nelle condizioni adeguate, hanno un’organizzazione tale da permettergli di continuare ad avanzare.

La presa di Tal Abyad consente adesso loro di tenere unite tre aree a maggioranza curda situate lungo le frontiere tra Siria e Turchia: Afrin, a nord-ovest di Aleppo, Kobane, a ovest di Tal Abyad, e al-Jazira (nel nord-est della provincia di Hasakeh).

Questo posizionamento permette alla coalizione internazionale di poter contare su un alleato solido sul terreno degli scontri, cosa che finora non è accaduta con il Free Syrian Army, dimostratosi inaffidabile nonostante i milioni di dollari spesi dagli USA e da altre potenze occidentali per consegnare ai ribelli moderati armi ed equipaggiamenti.

Inoltre, il respingimento dei miliziani jihadisti verso Raqqa priva lo Stato Islamico di un canale di collegamento diretto con le frontiere turche, risorsa preziosa sfruttata in questi mesi dal Califfato per ricevere armi e rinforzi e immettere nei mercati del contrabbando internazionale petrolio e gas estratti dai giacimenti conquistati in Siria con il tacito benestare del governo di Ankara.

Eppure, nonostante i risultati finora raggiunti dalla campagna militare curda, l’YPG continua a essere tenuto ai margini delle decisioni che contano. A sintetizzare questa situazione è un commento calzante di Cale Salih, esperto di affari curdi della BBC, secondo il quale i comandanti militari dell’YPG continuano a essere considerati dei “pària” dai vertici della coalizione: buoni da mandare allo scontro aperto con il nemico jihadista ma non abbastanza da consegnare loro quei rinforzi necessari per accelerare i tempi di questa guerra. Lo dimostra, tra le altre cose, la decisione di Washington di respingere la richiesta di un visto per gli Stati Uniti presentata da Saleh Muslim, leader del PYD (Partito d’Unione Democratica), espressione politica dell’YPG.

L’ostruzionismo degli USA dimostra al contempo che i timori del presidente turco Erdogan, preoccupato che le vittorie dell’YPG in Siria possano rinfocolare gli animi dei separatisti curdi del PKK, sono arrivati a Washington.

Gli altri combattimenti in Siria
Al momento i fatti dicono che l’unico vero fronte in cui la coalizione si sta dimostrando capace di tenere testa allo Stato Islamico è quello in cui operano i curdi, lungo la fascia settentrionale al confine tra Siria e Turchia. L’altro punto che gli USA possono segnare a proprio favore è l’uccisione di Ali Awni al-Harzi, leader jihadista tunisino eliminato lo scorso 15 giugno in un raid aereo nell’area di Mosul, nel nord dell’Iraq. Al-Harzi era considerato un membro di alto profilo dello Stato Islamico, inserito nella black list dei terroristi internazionali dal Pentagono. Responsabile della regione di confine tra Siria e Turchia controllata da ISIS, aveva il compito di facilitare l’arrivo di foreign fighters occidentali e di raccogliere fondi tra le potenze del Golfo come il Qatar, da cui avrebbe ottenuto un finanziamento di circa 2 milioni di dollari nel settembre del 2013. Prima di trasferirsi in pianta stabile in Medio Oriente, aveva inoltre avuto un ruolo di primo piano nell’attacco al consolato americano dell’11 settembre 2012, in cui avevano perso la vita l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre americani.

Il resto della Siria è invece un campo di guerra in cui l’Occidente ha smesso di investire ormai da tempo, se non con sporadici quanto inefficaci invii di armi ai ribelli siriani. Ad Aleppo l’esercito di Assad continua a effettuare incursioni aeree lanciando barili bomba sui quartieri controllati dai ribelli, incurante della denuncia depositata sul tavolo del Consiglio di sicurezza dell’ONU da settanta Paesi membri.

Nella giornata di ieri, martedì 23 giugno, gli ultimi raid hanno ucciso almeno dieci civili nella moschea Saad al Ansari nella zona di Al Mashad. Mentre a ovest di Palmira i militari del regime hanno ripreso il controllo di una via che conduce ad alcuni dei giacimenti petroliferi situati nell’area di Biyarat al-Gharbiyeh, a pochi chilometri dai siti archeologici depredati dallo Stato Islamico. Troppo tardi, però, per impedire a ISIS di ritagliarsi altre immagini a effetto, buone soprattutto per il lato A di questa guerra.

 

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