Ancora una volta le bandiere degli Stati Uniti sono state date oggi alle fiamme di fronte all'ex ambasciata USA a Teheran, in Iran, nel corso delle manifestazioni per il 36° anniversario della presa della sede diplomatica da parte di un gruppo di studenti universitari, e del primo dei 444 giorni in cui vi furono tenute in ostaggio 52 persone.

L'annuale rituale anti-americano, a cui hanno partecipato migliaia di persone, ha visto bruciare anche bandiere di Gran Bretagna - che pure di recente ha riaperto la sua sede a Teheran - e di Israele, il nemico giurato del regime degli Ayatolah. L'anniversario coincide con la Giornata nazionale degli studenti e con quella della Battaglia contro l'arroganza globale.

Il 4 novembre 1979, dopo il rifiuto di Washington di consegnare all'Iran il rovesciato scià Mohammad Reza Pahlavi, gli studenti presero possesso dell'ambasciata, ribattezzata "covo di spie" in quanto ritenuta un centro di spionaggio per il rovesciamento della giovane Repubblica islamica.

La crisi, che si chiuse il 20 gennaio 1981, segnò la rottura delle relazioni diplomatiche con gli USA, non ancora ricucitasi nonostante l'accordo sul nucleare del 14 luglio scorso, raggiunto dopo anni di negoziati. L'accordo, del resto, non ha nemmeno posto fine all'antiamericanismo degli ultraconservatori, mentre la Guida suprema Ali Khamenei ha più volte ribadito che l'ostilità verso il governo di Washington permane, insieme alla diffidenza per il rischio di infiltrazioni politiche e culturali, come resta valido lo slogan "Morte all'America" (Marg bar Amrika), sempre scandito.

Ieri il presidente Hassan Rohani - promotore dell'accordo e del dialogo internazionale - ha sottolineato che la presa dell'ambasciata "eresse i pilastri dell'indipendenza del Paese e della lotta contro il potere dell'arroganza". Rohani ha ricordato che il fondatore della Repubblica islamica, l'Ayatollah Roullah Khomeini, descrisse l'evento come una "seconda rivoluzione" rispetto a quella contro lo scià dell'11 febbraio. 

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