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Esteri

In Europa è allarme "populismo"

Anche il socialista Schroeder tra gli "eurocritici" con il premier Renzi in una retorica che teme i partiti che dicono di difendere la sovranità popolare

Vittorio E. Parsi è professor of International Relations presso l'Università Cattolica di Milano

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E così persino il presidente del Parlamento europeo, il socialista tedesco Schroeder, si arruola adesso tra gli “eurocritici”, se non tra gli euroscettici nel nome del sostegno al premier Matteo Renzi, alle prese con un’approvazione per nulla scontata della sua legge di (in)stabilità in edizione “campagna referendaria”.

Più che di un “soccorso rosso” in edizione 4.0, per dirla con uno dei neologismi così amati da Renzi, si tratta di un tentativo scoperto di rintuzzare quella valanga di critiche che ormai piove giornalmente sull’Unione, crollata nel gradimento continentale a livelli preoccupanti. Basta scorrere i dati dell’ultimo eurobarometro per prendere atto di come persino un’opinione pubblica ultraeuropeista come quella italiana abbia ormai voltato le spalle a Bruxelles.

E questo spiega in buona parte la retorica eurocritica del premier italiano, alla ricerca di consensi per il referendum del 4 dicembre, che è giunto a minacciare il veto al bilancio della UE se la Commissione non approverà la legge di (in)stabilità del suo governo.

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Dopo lo schiaffo del Vertice di Bratislava, che ha ridimensionato a photo oportunity quello di Ventotene con Merkel, Hollande e Renzi immortalati a bordo della Nave Garibaldi, Renzi non ha più smesso di attaccare l’Europa-matrigna, responsabile di boicottare gli sforzi per la crescita dell’occupazione e incapace di mettere a sistema l’onere dell’accoglienza di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati.

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Matteo Renzi (sx), Francois Hollande e Angela Merkel durante la confefenza stampa sulla nave "Garibaldi" davanti a Ventotene , 22 agosto 2016 – Credits: ANSA/CESARE ABBATE

La paura dell’establishment europeo, a livello tanto comunitario quanto nazionale, è quello della crescita incontrollabile dei movimenti "populisti". Sotto questa etichetta fumosa e spregiativa, chi ci ha condotto sull’orlo del baratro ammucchia entità politiche del tutto diverse: da Podemos ai 5 Stelle, dal Front National alla Lega, da Syriza allo UK Party fino ai partiti di destra al governo nell’Europa orientale.

Si tratta in realtà di soggetti dalle piattaforme spesso diverse se non inconciliabili. Ciò che però li accomuna è la capacità di offrire rappresentanza a quel ceto medio impoverito che i partiti tradizionali hanno preferito abbandonare al proprio destino.

Siamo ben oltre l’attacco all’"Europa dei banchieri", che rappresentava il mantra della sinistra radicale e dei gruppi come Podemos o Syriza. Ciò che rivendicano tutti i cosiddetti "populisti" è la sovranità popolare, concetto con il quale le élite, dell’Unione e degli Stati membri, sembrano ormai incapaci di fare i conti. Il popolo sovrano reclama nuovamente il suo diritto ad essere ascoltato e rappresentato e questa sua richiesta suscita scandalo, al punto che Shroeder sembra una riedizione postmoderna e corpulenta della sfortunata ed esile Maria Antonietta d’Austria, regina di Francia.

Nessuna rivoluzione è alle porte, per carità; ma di sicuro, se non si inizieranno a prendere sul serio le rivendicazioni di un popolo sempre più disilluso ed esasperato, rischiamo di assistere presto al de profundis per le democrazie liberali ancor più che per l’Unione. A sancirlo, questa volta, non sarà nessuna rivoluzione, ma l’autoesilio di una parte crescente di cittadini europei dal proprio sistema politico: espresso con l’astensione o con il voto a movimenti eterogenei, magari improvvisati e confusi, ma che per lo meno sembrano disposti a raccogliere e dar voce a un disagio dilagante.

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