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Immigrazione: tante belle parole, ma nessuna soluzione

Perché nessuno dice cosa fare dopo la (logica ed umana) solidarietà? - Le spese folli dei Cie  

Un gruppo di immigrati clandestini appena sbarcati a Lampedusa (Credits: Mauro Seminara/AFP/Getty Images)

Papa Francesco, Cécile Kyenge, Laura Boldrini. Con le dovute proporzioni tra sacro e profano, ecco tre campioni dell’accoglienza.

C’è già stato un pontefice chiamato “il Papa Buono”, altrimenti l’appellativo l’avrebbe di sicuro meritato Bergoglio. La sua umiltà è il carisma di un Padre venuto dalla “fine del mondo” e vicino al popolo. Il suo tratto è aristocratico ma semplice. Diretto al limite dello scandalo. Infatti il cristianesimo vero è un segno di frattura. Di rivolta. E di coraggio.

La Kyenge, ministro per l’Integrazione, non ha quel ruolo né quel carisma, ma anche lei è pronta a volare a Lampedusa e chiedere scusa ai migranti. Dico “migranti” perché non è politicamente corretto definirli “immigrati”. Denunciare le storture del linguaggio appare un pizzico ipocrita, ma aiuta a sconfiggere il pregiudizio, ok.

La Boldrini, infine, è diventata addirittura presidente della Camera grazie al suo pluriennale impegno fortemente politico a favore dei “boat people”. (Ma la domanda è: le persone di buon senso e di buona volontà potranno mai essere “contro” i migranti? Perché una certa sinistra crede di potersi arrogare il monopolio della solidarietà?).

Ecco. Il Papa potrà mai incitare a non dare accoglienza, ristoro e cibo a chi bussa alla porta, anche e soprattutto dopo una traversata in mare su barche fatiscenti? Può una ministra (per di più di colore) dell’Integrazione fare di meno che sollecitare una legge sullo Ius Soli (il diritto di essere cittadini italiani per il solo fatto di esser nati in Italia)? E la funzionaria delle Nazioni Unite che ha speso una vita a prender le difese degli immigrati (anche illegali), e che per questo siede oggi sullo scranno più alto di Montecitorio, potrà un giorno rinnegare le proprie battaglie?

Fatta la tara di tutta la retorica, di tutte le buon intenzioni e dei proclami politicamente corretti, degli appelli spirituali e dell’altisonante impegno naturalmente a favore dei deboli, ci sarà alla fine qualcuno che ci dirà anche come governare l’immigrazione? Come applicare quei criteri di selezione che vigono in paesi di conclamata democrazia come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania? Oppure vogliamo restare intrappolati nello sterile battibecco tra una Kyenge insultata e vilipesa (in modo ingiusto e orribile) e il leghista di turno che la spara grossa per non rischiare di passare inosservato?

Personalmente sono a favore dello Ius Soli, e mi considero un liberale alla Antonio Martino. Al sodo: frontiere aperte. Ma neppure le frontiere aperte escludono che poi ci debba essere chi governa i flussi, chi impone l’osservanza di leggi e regole, seleziona in base al merito e alle competenze un’immigrazione qualificata.

Vogliamo riconoscere finalmente che esiste un problema “migranti” che discende dal fatto che questo Paese, questo Stato, non riesce a garantire condizioni di vita dignitose per i migranti come per gli italiani?

Vogliamo capire che per non consegnare alla criminalità spicciola o meno i nuovi sbarcati bisogna offrir loro una chance di lavoro reale, casa, sanità e scuola, ma soprattutto la possibilità, il dovere, di meritarseli?

E vogliamo guardare in faccia la realtà di un’Italia oltraggiata da classi dirigenti incapaci, un’Italia in pieno e inarrestabile declino e dalla quale i primi a prendere il largo, oggi, sono proprio i migranti di un tempo che hanno trovato da noi un equilibrio più o meno fruttuoso di vita e di lavoro?

E vogliamo capire che i migranti oggi fuggono dall’Italia come gli italiani che hanno ripreso a trasmigrare nelle Americhe e in Australia?

Poi, siamo tutti bravi a caldeggiare la mano tesa. Ma serve qualcosa di più che dire ad alta voce e a ogni passo: “Viva l’integrazione, il dialogo e la pace”. Forse, un tocco di realismo non guasterebbe.

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